Cinema e Lavoro: generazione 1000 euro

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Per Cinema e Lavoro Francesca Serrao ci parla di Generazione 1000 euro di Massimo Venier con Alessandro Tiberi, Valentina Lodovini, Carolina Crescentini

Generazione 1000 euro

di Massimo Venier con Alessandro Tiberi, Valentina Lodovini, Carolina Crescentini, Paolo Villaggio, Francesco Mandelli.

2009. Roma. Un ragazzo di 27 anni, Matteo Moretti , lavora come Account in un’Azienda dove percepisce uno stipendio di 1000 euro al mese, mentre non percepisce alcuna speranza di proroga del contratto. Una laurea e un gran talento per la matematica non sono sufficienti al brillante Matteo per trovare un impiego in linea con il proprio profilo. Il protagonista arriva ad autoconvincersi che per trovare lavoro si debba ormai utilizzare un approccio “bottom up” piuttosto che “top down”. Il tutto viene spiegato dal protagonista coniando una teoria che si pone in parallelo con il modo di cucinare della sua coinquilina: bisogna partire da quello che c’è a disposizione. Se nel frigo ci sono il tonno e la ricotta allora la ricetta della pasta viene da sé…Se a livello culinario questa modalità di adattamento può funzionare ed essere anche creativa, quali conseguenze può avere se viene traslata in ambito lavorativo?

Se infatti va bene in linea teorica l’idea di adattarsi, il quid sta tutto nell’ “a cosa” adattarsi. Ci sono mille interpretazioni circa il modo di rilanciarsi e sostanzialmente due direzioni: verso l’alto, con un lavoro che si allinea in qualche modo con le proprie aspettative, anche se non con quelle più realistiche e verso il basso, con un lavoro degradante.

Oltre all’aspetto inerente il modo in cui ci si proietta nel mondo del lavoro, un ulteriore spunto di riflessione che ho rivisto nel film di Venier risiede proprio nel titolo, che pone inequivocabilmente l’attenzione su una cifra: i tanto agognati 1000 euro al mese.

Matteo Moretti non ha alcun entusiasmo per ricoprire il ruolo che riveste in azienda semplicemente perché vi si è dovuto adattare e vede nel lavoro un ripiego per raggiungere la dignità mensile della fatidica cifra a tre zeri. Ecco la somma magica, ormai talmente onirica e surreale da essere manifesto del film stesso. Venier ha sempre sfornato prodotti commerciali anche se di qualità e questo titolo è una sintesi estrema della speranza collettiva dei lavoratori.

A questo punto viene da chiedersi: la dignità si può quantificare? Ci sono costrutti che, infatti, non sono facili da misurare quantitativamente, come le varie forme di danno (biologico, morale) ed il fenomeno del mobbing . La dignità umana è uno di questi.

Sembra che negli ultimi anni il valore del termine dignità si stia sempre più abbassando, perché si sta abbassando vorticosamente il tenore di vita degli italiani. Diventa così dignitoso lavorare dovendo però dividere un affitto con altre persone come se si fosse ancora studenti, vivere in una casa poco confortevole o che fa acqua da tutte le parti (nel film, più che fare acqua, la casa cade decisamente a pezzi).

Il film di Venier è studiato per essere un prodotto commerciale : dal titolo alla scelta del cast. Dal punto di vista tecnico è molto piatto, non presenta alcun genere di innovazione ed anche il modo in cui viene trattato il tema della precarietà è abbastanza semplicistico. I dialoghi sono molto immediati e si pone come uno dei tanti film che il cinema degli ultimi anni sforna su questo argomento. Forse in futuro si guarderà a questo filone come ad un genere nuovo o si ricorderà semplicemente il periodo che l’Italia sta passando ora.

Ad ogni modo credo fortemente nel potere catartico di film strutturati in questo modo. Il fatto che raccontino la realtà dei contratti di lavoro in Italia, con tutte le loro conseguenze sociali, trasformando il tutto in una commedia, è un modo per far riflettere, ma al contempo liberare lo spettatore facendolo uscire dalla sala con la leggerezza necessaria a riaffrontare la realtà.

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  • anna leporati serrao

    Hai colto l’occasione di questa recensione per sottolineare, con molta efficacia e ancora una volta, la condizione drammatica dei lavoratori nel nostro paese, ancor più quella della generazione dei trentenni, spesso laureati. La riforma del lavoro, entrata nella sua parte finale, riuscirà a dare speranza a questa generazione senza futuro? I commenti anche autorevoli che si susseguono sui mezzi di comunicazione evidenziano molte perplessità sull’efficacia delle azioni che si vorrebbero mettere in campo con la riforma. Attendiamo con fiducia dunque il dibattito parlamentare per capire cosa succederà. Una cosa è certa, non si può impedire ad un’intera generazione di vivere fino a quarant’anni, ed oltre, con il sostegno dei genitori, quando va bene, senza alcuna possibilità di progettare il futuro!!

  • Ne parlavo giusto qualche giorno fa con un’amica di questo film che fa un quadro dettagliato dei giorni nostri. Riferendomi ad un’esperienza avuta prezzo una società di assicurazioni e come tutti fossero invasati per i premi di contratto. Non essendo io una persona che violenta la gente pur di ottenere un contratto, sono scappata da quella realtà. Ma mi chiedo, anche guardando a quanti devono scendere a compromessi con le proprie capacità e reali passioni lavorative, arriveremo mai a costruire qual futuro di cui tanto abbiamo sentito parlare da bambini o è una favola anche quella?

  • Francesca Serrao

    Bella domanda…

  • Ciao Francesca, scusa ma ancora ti mando l’email…. ho visto questo film al cinema e poi su Sky, a me è piaciuto tantissimo perchè è leggero ma fa riflettere senza pretese di verità assoluta!! Da buon molisano la battuta che ho amato di più ovviamente è quella che dice Francesco Mandelli all’inizio del film sul divano mentre gioca alla playstation “Questa è l’unica epoca della storia in cui c’è gente che torna in Molise!” 😉

  • Francesca Serrao

    Da buona non molisana non ricordavo questa battuta, ma in effetti ben esprime una controtendenza sociale.