Cinema e Lavoro, Gli Impiegati di Pupi Avati

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Per la rubrica Cinema e Lavoro Francesca Serrao oggi gi parla di un film cult del cinema italiano anni '80. "Gli impiegati" di Pupi Avati

“Gli impiegati” di Pupi Avati, 1984.

Con: Claudio Botosso, Giovanna Maldotti, Dario Parisini, Elena Sofia Ricci, Consuelo Ferrara, Luca Barbareschi, Marcello Cesena, Raffaele Curi, Gianni Musy Glori, Cesare Barbetti, Ferdinando Orlandi, Nik Novecento, Carlo Giudice, Dario Zanelli, Isabella Ippoliti, Lea Martini, Maria Grazia Scuccimarra, Zeno Pezzoli, Sosa Vulicevic, Alessandro Partexano.

Una melodia malinconica e dolce, che si ripete ossessivamente lungo tutti i 98 minuti del film, provoca in me un effetto alone che sovrasta le altre caratteristiche de “Gli impiegati”. I colori patinati, le inquadrature sullo sguardo del protagonista: sono solo alcune delle caratteristiche che conferiscono al film un sapore vintage, che ricorda quella che appare alla luce delle recentissime elezioni, un’altra epoca.

Eppure “Gli impiegati” è un film di “soli” 19 anni fa. Il regista si firma così indelebilmente completando lo stile con una celebrazione di Bologna, la sua città. Pupi Avati inizia, infatti, la pellicola riprendendo quel sottopasso adesso dal sapore posticcio dal quale si sbuca vedendo la torre degli Asinelli. I colori spenti ricordano la nebbia di alcune giornate d’inverno della città, ma anche il passare del tempo.

Il protagonista è Luigi (Luigi Botosso), neolaureato modenese, che con la sua faccia veste perfettamente il ruolo del “bravo ragazzo”. “Gli impiegati” narra la sua iniziazione al mondo del lavoro dal momento in cui entra a far parte dell’amministrazione di un grande Istituto bancario con sede in via Rizzoli.

Ambientandosi in questo nuovo contesto, la sua ingenuità si scontra con una galleria di personaggi che rappresentano molti degli stereotipi sociali rinvenibili nella società: dal collega arrivista, al bamboccione demotivato (dimostrazione del fatto che questa categoria è sempre esistita). Gli interpreti sono tutti attori italiani allora giovanissimi ed emergenti: da Luca Barbareschi ad Elena Sofia Ricci.

“Gli impiegati” è stilisticamente un film ripetitivo e noioso, ma può essere anche visto come un documento sociologico che ritrae l’ “Italia che lavora” degli anni ’80. Rivederlo a quasi 20 anni di distanza fa riflettere su quanto il mondo del lavoro non sia che lo specchio della realtà sociale, in cui bisogna darwinianamente emergere.

La crisi è dunque una sovrastruttura moderna: uno strato che si è depositato recentemente su una tela già forte e complessa, costituita da dinamiche lavorative di ogni genere. Non può, dunque, essere il capro espiatorio del funzionamento di tutta la macchina “società”. Piuttosto funge da fattore amplificatore, che crea un rimbombo del come si vive in azienda, rimarcando il sapore disfunzionale del clima aziendale.

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