Cinema e Lavoro: La nostra vita di Daniele Luchetti

Per la rubrica Cinema e Lavoro a cura di Francesca Serrao: La nostra vita di Daniele Luchetti con Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti

Google+ Pinterest Linkedin Tumblr +

La nostra vita

di Daniele Luchetti con Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola.

“E mò qualcosa me ‘nvento” dice Claudio, operaio edile di un borgo della periferia di Roma. La sua voce è ruvida ed il suo volto è quello del geniale Elio Germano. Claudio rimane improvvisamente vedovo a trent’anni con tre figli, di cui uno appena nato. La sua vita subisce una svolta.

Con questo trauma tocca infatti il fondo della frustrazione che passa dall’essere controllabilmente sociale ad esistenziale. Come avrebbe cantato Vasco Rossi in tempi più recenti Claudio vuole trovare un senso alla sua vita, anche se la colonna sonora che Daniele Luchetti sceglie per questo film è “Anima Fragile”, proprio per indicare la fragilità di quest’uomo.

Vasco entra nel film come portavoce della cultura popolare che Luchetti si pone l’obiettivo di rappresentare: questo film è dedicato infatti a tutti coloro che sognano di avere i soldi che non hanno, semplicemente per il gusto di possederli e soprattutto di ostentarli.

Guardando per la terza volta il film ed in particolare la scena in cui la madre incinta dice ai figli che loro non possono permettersi le cose perché non rubano, mi viene in mente la canzone di De Gregori che pone in ballo un bel quesito: “tu da che parte stai… stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?”.

Non a caso la scena si svolge in un centro commerciale. Molti passaggi del film toccano il tema del vivere rubando, dove questo verbo si coniuga nei modi più disparati: dal lavoro nero, che è un modo per rubare i diritti ai lavoratori e non pagare le tasse rubando dallo stato, al barare con la wii, rubando la vittoria a quei figli che hanno solo bisogno di sognare un altro po’.

Rubare e comprare sono due verbi in cui si accentra l’attenzione del regista, che propone la rappresentazione di un viaggio nel mondo dell’illegalità. “E la vita continua anche senza di noi, che siamo lontani ormai, da tutte quelle situazioni che ci univano, da tutte quelle situazioni che bastavano, da quelle situazioni che non tornano mai”: questo grida a squarciagola Claudio nella scena straziante del funerale. A questo punto l’unica arma che gli rimane in mano è il riscatto sociale.

L’unica cosa che può concretamente ottenere sono i soldi. Claudio decide di ripartire dai valori che ha: principalmente quelli dell’apparenza e del danaro, solo così crede di poter salvare la propria famiglia. Decide di dare ai propri figli tutto quello che non hanno e che non avrebbero mai avuto se la madre ci fosse stata, come se l’acquisto di oggetti status symbol del consumismo contemporaneo possa in questo modo anestetizzare i loro pensieri e fargli dimenticare che qualcuno non tornerà più indietro.

Claudio si reinventa anche sul lavoro: ricatta il proprio capo dicendogli di divulgare la scoperta della morte di un rumeno non in regola nel cantiere se non gli viene concesso il subappalto dello stesso. Claudio vuole assolutamente cambiare il proprio ruolo nella società, vuole possedere quello che non s’è mai potuto permettere e vuole essere lui a comandare gli altri operai, scendendo a qualsiasi compromesso.

Anche di fronte al solaio della casa completamente da rifare e l’abbandono del cantiere da parte degli operai, stanchi di essere sfruttati, Claudio non si arrende rincorrendo la sua utopia. La storia di Claudio e le sue scelte possono essere più largamente interpretate come una volontà del regista di mettere in scena il fallimento di un certo tipo di capitalismo e soprattutto di Italia: quella appunto del lavoro nero, in cui gli straordinari non sono retribuiti ed il capitale di rischio per iniziare i lavori edili proviene da fonti illegali (come nel caso specifico il traffico di droga).

Luchetti mette in scena un mondo squallido, dove l’aspetto più degradante è vedere quanto questi valori siano forti e radicati nell’animo del protagonista che diviene l’emblema di un certo genere di società: proprio quella che ha portato l’Italia nello stato in cui si trova adesso.

Se la scritturazione del personaggio di Claudio è veramente profonda ed affinata, così come lo è la interpretazione di Elio Germano, il film pecca nell’insieme di un semplicistico bipolarismo: i valori sani e disfunzionali risultano ben scissi ed il finale è, forse volutamente, utopistico. Rimane il sospetto che Luchetti abbia di proposito architettato una svolta così impossibile proprio per rappresentare il surrealismo di un cambiamento vero o forse per dare la speranza allo spettatore che anche i peggiori incubi possono improvvisamente svanire.

Leggi l'informativa privacy ai sensi del Regolamento (UE) 2016/679
Condividi.