L'intrepido di Gianni Amelio, storia di ordinaria precarietà

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L'intrepido di Gianni Amelio, nuova recensione a cura di Francesca Serrao per la rubrica Cinema e Lavoro

L’intrepido di Gianni Amelio con Antonio Albanese – Livia Rossi – Gabriele Rendina – Alfonso Santagata – Sandra Ceccarelli

L’ intrepido, ultima pellicola di Gianni Amelio, mi ha tratto in inganno presentando nel cast Antonio Albanese nel ruolo di attore protagonista. Nonostante lo sguardo che lancia dalla locandina del film sia malinconico, non mi è stato facile dissociare il suo messaggio non verbale da quello palesemente verbale del personaggio ormai popolarissimo di Cetto La Qualunque…

Così entro in sala aspettandomi un film sulla disoccupazione, ma con un tono meno drammatico, in cui il fatto che il protagonista cambi lavoro di continuo per sostituire chi al momento non può svolgerlo, fosse narrato ponendo l’accento sull’aspetto creativo dell’ arrangiarsi.

In realtà “L’intrepido” è un film di angoscia da gestire in modo assennato ogni giorno, adattandosi al contesto lavorativo e sociale e cercando di inventarsi una soluzione ogni mattina. “L’intrepido” è un film lentissimo, come di fatto lo sono la quasi totalità dei film di Amelio.

Non c ‘è una trama, ma una messa a fuoco sempre più puntuale del personaggio: un vuoto narrativo per raccontare la dimensione del tempo quando si vive una crisi che dall’aspetto lavorativo sfocia nell’esistenziale. In realtà la figura di Albanese è quella di un uomo forte, che capisce ed accetta la propria condizione, la accoglie dentro di sè e perciò vi reagisce con tutti gli strumenti di cui possiede.

Non c’è vittimismo nel suo comportamento, ma una patina di malinconia e tanta solitudine. Il regista propone il confronto con la generazione del figlio di Albanese, che affronta il problema lavorativo con scarsa concretezza rifugiandosi in un mondo surreale e trasformandolo in una fonte di panico, più che in una motivazione a reagire.

In proposito c’è una scena del film in cui Albanese dialoga con suo figlio, che è in preda ad un attacco di panico e con parole che sarebbe bello ricordare con precisione gli dice che quel senso di pesantezza dentro lo abbiamo tutti, ma lui riesce a non farsene travolgere e gestirlo.

Altra scena memorabile è quella in cui il protagonista si trova a lavorare in un negozio di scarpe, ma quando scende in magazzino a ritirare il numero 43 di un modello adocchiato in vetrina da un cliente, si accorge che le scatole sono
tutte vuote.

Un ennesima opera d’arte che si fa interprete del realismo contemporaneo.

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