Mi piace lavorare (Mobbing)

Nuovo appuntamento con la rubrica Cinema e Lavoro. “Mi piace lavorare (Mobbing)” 2003 di Francesca Comencini con Nicoletta Braschi e Camille Dugay Comencini

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“Mi piace lavorare (Mobbing)” 2003

di Francesca Comencini con Nicoletta Braschi e Camille Dugay Comencini

“Mi piace lavorare (Mobbing)” Il titolo del famoso film di Francesca Comencini del 2003 è incisivo almeno quanto lo è la trama della pellicola. La regista sembra infatti porsi un obiettivo molto circoscritto e umile, così come umile è la protagonista della storia stessa: dare una definizione di che cos’è il mobbing tramite l’esempio di una storia. Molti non sanno, infatti, che il mobbing è in Italia la fonte di licenziamento più popolare, una moda che si può tentare di paragonare con il fenomeno dell’evasione fiscale. In entrambi i casi, infatti, si cerca di aggirare nel modo più “economico” possibile un ostacolo che nel caso del film “Mi piace lavorare” è proprio l’articolo 18 della L. 20 maggio 1970 n.300.

Se il tema è molto chiaro, anche la trama lo è : una descrizione quasi documentaristica del travaglio della dipendente Anna, che in seguito alla fusione della propria azienda, subisce una job rotation rocambolesca quanto surreale e palesemente illegale all’insegna del demansionamento e dell’umiliazione sociale. L’articolo 35 della Costituzione sembra non essere stato mai scritto.

Anna ama il suo lavoro, si identifica in quello che fa, il problema è che dopo aver cambiato ruolo per quattro volte, non capisce più in che cosa identificarsi o meglio si rende sempre più vividamente conto che si tratta di una discesa senza fondo che può solo farle contrarre una buona dose di stress lavoro–correlato.

Anna passa da addetto ai fornitori esteri, all’archiviazione di fatture, al tracciamento delle fotocopie erogate giornalmente da una fotocopiatrice, alla tempificazione del lavoro di un gruppo di operai. Basta avere una conoscenza base delle figure professionali di un reparto produttivo per capire che quest’ultimo ruolo è nettamente dequalificante per Anna, perché in genere svolto da un facilitatore di linea. Oltre a questo aspetto inerente le mansioni, viene sottoposta ad ogni genere di stress: non le vengono forniti gli strumenti necessari per raggiungere il proprio obiettivo e viene sballottata da compiti altamente noiosi e dunque stressanti a mansioni altrettanto stressanti in quando difficili da gestire sotto il profilo umano. Ciò cagiona pin piano il configurarsi del danno biologico.

Anna riesce a continuare la sua vita, ma la qualità della stessa ne è profondamente messa alla prova. Il suo rapporto con la figlia si ribalta pericolosamente: è la bambina Morgana, non a caso ha il nome di una fata, che si prende cura di lei. Il volto di Anna è quello etereo e diafano di Nicoletta Braschi: una delle sue poche interpretazioni cinematografiche non in coppia con il mattatore Roberto Benigni. Non ho mai apprezzato la recitazione della Braschi, ma in questo caso è l’unica attrice italiana di quegli anni che avrebbe potuto rendere in modo così cinematografico le conseguenze psico-fisiche di questo travaglio lavorativo.

“Mi piace lavorare (Mobbing)” è un film da non perdere se ci si vuole avvicinare ad alcune dinamiche lavorative molto attuali e per questo lo consiglio all’interno di questa rubrica. Ad ogni modo dissento fortemente dallo stile registico con cui il film è costruito, in quanto troppo costruito su una figura palesemente stereotipica. Se l’effetto che si vuole dare è quello di un documentario, in realtà a tratti il film è surreale pur nel suo realismo. C’era bisogno di arrivare a rappresentare una situazione così pateticamente estrema per fare arrivare il messaggio alla platea? “Mi piace lavorare –Mobbing” è paragonabile a 360 gradi ad un tema scolastico e come tale ne assorbe i pregi ed i difetti.

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