Rubrica Cinema e Lavoro: Il Pitone – 18 mila giorni

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Francesca Serrao ci porta a Teatro e ci parla dello spettacolo dell'attore italiano Giuseppe Battiston dal titolo “Il Pitone – 18 mila giorni”

“Il Pitone- 18 mila giorni”

Testo originale di Andrea Bajani con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa, regia di Alfonso Santagata

Propongo questa volta una divagazione sul tema del rapporto arte-lavoro. Mi è capitato infatti di assistere allo spettacolo del grande attore italiano Giuseppe Battiston dal titolo “Il Pitone – 18 mila giorni” che merita di essere oggetto di riflessione. In settimane in cui il tema del lavoro è la prima notizia di ogni telegiornale ed il cinema denuncia a gran voce l’emergenza della precarietà, anche a livello teatrale si trovano espressioni di tale condizione sociale.

Non è facile catturare l’attenzione dello spettatore con un monologo e sicuramente uno spettacolo del genere è da interpretare anche come prova di recitazione del protagonista: Battiston la supera a pieni voti.

L’attore udinese impersona un uomo di 50 anni o 18 mila giorni che si vede sparire dallo scenario della propria vita il lavoro e la famiglia. Viene, infatti, licenziato e poi lasciato dalla consorte, anche lei fatta fuori dall’azienda. Il pitone entra in scena fin dal primo monologo dell’attore che racconta di averlo visto in sogno. Se inizialmente il racconto è ironico si intuisce subito la drammaticità intrinseca di questo animale, che diviene la metafora delle minacce che il mondo infligge al protagonista.

Man mano che la sceneggiatura evolve, la figura del Pitone acquisisce una sempre maggiore concretezza: diviene l’oggetto su cui il protagonista proietta tutte le sue paure, poi i suoi connotati diventano sempre più definiti ed umani. La metamorfosi lo porta alla fine a ricoprire i panni del Responsabile del Personale che licenzia il protagonista. Ciò fa riflettere sulla profondità della sofferenza che il protagonista deve gestire ora che si trova da solo in una casa piena di ricordi.

Battiston attraversa in un’ora e mezza di monologo tutto l’universo del mondo del non- lavoro. Esplora la solitudine di un uomo che forse oggi sarebbe definito “esodato” e che si trova forzatamente vittima e spettatore di un mondo degradante: dai corsi su come si scrive il cv in cui si incoraggia ad un falso ottimismo, al licenziamento beffardo in cui viene addirittura incoraggiato dalla segretaria ad avere un abbigliamento “adeguato” per l’occasione.

Battiston gioca col tema dei vestiti, indossando la giacca con cui era andato “a farsi licenziare” e gioca con la propria stazza vestendo il giubbotto troppo piccolo che gli era stato ceduto da uno sconosciuto quando aveva lasciato il proprio cappotto dal Responsabile del Personale nel giorno del suo licenziamento. Ciò simbolizza e comunica egregiamente la difficoltà di trovare un nuovo ruolo sociale, un nuovo vestito da indossare.

Il vestito elegante del giorno capitale per la sua carriera è proprio quello del funerale di suo padre: la fine della vita lavorativa di una persona e la fine della vita di un’altra. Questo parallelismo apre una riflessione molto profonda, la più importante di tutto lo spettacolo: la nostra generazione può essere paragonata a quella di chi ha vissuto sotto i bombardamenti delle guerre mondiali?

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  • anna leporati

    Il parallelo sul quale si chiede di fare una riflessione fra la condizione in cui si trova un lavoratore che perde il lavoro e la vita di molti nostri genitori o nonni sotto i bombardamenti è solo apparentemente eccessivo. In verità io credo che ci sia sicuramente violenza, anche senza spargimento di sangue, nel licenziamento di un cinquantenne con famiglia che difficilmente riuscirà a ricollocarsi. La perdita del lavoro oltre a determinare un drastico mutamento del proprio reddito, genera perdita di identità, di ruolo, spesso difficoltà in famiglia con casi frequenti di separazione. Una vera e propria tragedia assimilabile a quella di chi ha perso la casa, i propri averi, la famiglia sotto le bombe.