Tutta la vita davanti

Oggi Francesca Serrao recensisce il film Tutta la vita davanti di Paolo Virzi con Isabella Ragonese, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Massimo Ghini e Sabrina Ferilli

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Tutta la vita davanti

di Paolo Virzì con Isabella Ragonese, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Massimo Ghini e Sabrina Ferilli. 2008.

Nel 2008 avere tutta la vita davanti comincia ad essere quasi un problema. Il detto che fino a poco tempo fa era indiscutibilmente consolatorio, diviene una sorta di condanna penale che incombe sulle vite dei giovani di oggi. La vita davanti diviene uno spazio-tempo da riempire in qualche modo, ma senza che la società dia gli idonei strumenti per farlo.

Dal 2008 la situazione lavorativa dell’Italia sembra essere solo peggiorata ed un film come quello di Virzì rimane un inno alla speranza, ma risulta già anacronistico. In questo inverno 2012, infatti, anche solo il fatto di avere un lavoro sembra un lusso. Per questo rivedo a distanza di quattro anni questo film e la sua funzione di denuncia sociale rimane smorzata da una prospettiva comunque differente. Se, infatti, fino a quattro anni fa il cosiddetto trade off era tra il lavoro stabile e quello precario, adesso sembra che la scelta si sia spostata dal lavoro precario al non lavoro, allo sfruttamento dello stage come lavoro non retribuito. Ormai la possibilità di effettuare stage è considerata da molti giovani una opportunità di lavoro da cogliere e tante volte nella fobia di rimanere tagliati fuori dal mercato del lavoro ci si dimentica paradossalmente proprio il fine ultimo dello stage: l’assunzione.

Tralasciando questo aspetto, “Tutta la vita davanti” è un ritratto fedele della falsità nella comunicazione organizzativa. In fin dei conti la Multiple è una società invisibile: non la vedono prima di tutto i clienti, se non disposti a subire le intrusioni di dimostrazioni gratuite a domicilio degli elettrodomestici commercializzati, ma soprattutto non la vedono i dipendenti. Questi ultimi sono i cosiddetti precari: un popolo di gente frustrata e alle prime armi che viene imbottita di slogan improbabili: dalla surreale canzone del buongiorno fino alla valutazione della prestazione delle ore 13. Costoro non vedono nell’azienda valori tangibili, ma una fumosa filosofia del successo, se così la si può etichettare. La loro Manager è una Sabrina Ferilli raggiante nonché invidiabilmente seducente, che le “motiva” con un sistema premiante elementare e fallimentare, in cui il principio base è l’umiliazione e la classificazione del perdente come tale.

Credo che il passaggio più alto del film sia proprio quando a questo proposito il sindacalista Valerio Mastandrea riporta le parole di alcune precarie della Multiple che si domandano sulla legalità della pausa in bagno. L’ignoranza dei dipendenti che non sono consapevoli dei propri diritti diviene un’arma per l’azienda. In effetti ciò che distingue Isabella Ragonese dalle altre precarie del call center è proprio questo: la cultura. Il suo sguardo sul mondo del lavoro è carico di speranza e la vita quotidiana viene da lei affrontata con grande umiltà. Laureata in Filosofia con 110 e Lode e abbraccio accademico, conosce i propri diritti, ma sa anche che purtroppo bisogna scendere a compromessi con la vita e soprattutto con i propri sogni. Il lavoro nel call center diviene per lei una palestra di esperienze molto amare: scopre presto che cos’è il mobbing al di là di ogni definizione teorica. Capisce il confine tra motivazione e frustrazione, il quale a volte è molto sottile. Il gruppo di operatrici del call center lavora, infatti, in un ambiente open space dove vengono continuamente paragonate tra di loro per le loro prestazioni lavorative, così come avviene nelle peggiori classi scolastiche. Il risultato è che dopo il falsissimo inno al buongiorno si scatena la guerra tra colleghe per accaparrarsi la posizione nella top ten della settimana piuttosto che il regalo-premio del caso. Diffidenza ed estraneità rispetto al posto di lavoro regnano sovrane.

“Tutta la vita davanti” è un film molto intenso, così come lo è la recitazione degli interpreti: dalla straordinaria Isabella Ragonese a Valerio Mastandrea al frustrato Elio Germano. Molti sono gli aspetti interessanti analizzati, ma il tema centrale rimane la riflessione sul mobbing come fenomeno collettivo diretto a sfruttare una categoria lavorativa debole allo scopo di produrre profitto, ma ancor peggio, allo scopo di guadagnare il rispetto sul posto di lavoro. Personaggi come quello della Ferilli, infatti, o del Dirigente Claudio, non avrebbero alcuna consistenza e carisma senza minacce.

Questo film fa riflettere su tante cose, soprattutto in un momento come quello che sta attraversando l’Italia in questi mesi, in quanto fa pensare a tutte le conseguenze sociali che la crisi comporta, a tutti quei fenomeni disfunzionali: dal mobbing allo sfruttamento ai quali chiunque abbia ancora voglia di mettersi in gioco va incontro.

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