In Italia troppe donne senza lavoro

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Le donne inattive sono 9 milioni 677 mila, con un aumento congiunturale dello 0,3 % (+30 mila unità) e tendenziale dello 0,9 % (+86 mila unità).

Pochi giorni fa, l’Istat ha pubblicato i dati sulla disoccupazione; una delle notizie più sconcertanti è che, nel nostro paese, le donne inattive sono 9 milioni 677 mila, con un aumento congiunturale dello 0,3 per cento (+30 mila unità) e tendenziale dello 0,9 per cento (+86 mila unità). La quota delle donne inattive – spiega l’Istat – è sempre superiore a quella degli uomini: sono circa cinque ogni dieci quelle inattive.

Ma perchè tante donne fanno questa scelta?  O meglio è questione di libera scelta o di scelta obbligata? A far luce su questo fenomeno in costante crescita sul territorio nazionale la ricerca, in fase di pubblicazione, “L’inattività femminile in Italia: analisi dei fattori determinanti”, promossa dall’Isfol e realizzata attraverso la somministrazione di un questionario con tecnica Cati a un campione di 6.000 donne nella fascia d’età 25-45 anni.

“L’indagine, oltre a fotografare il crescente immobilismo lavorativo delle donne, vuole anche trovare possibili soluzioni a un aspetto del mercato del lavoro che pone l’Italia in una posizione arretrata rispetto agli altri paesi dell’Unione europea. Nonostante la Strategia di Lisbona, infatti, imponga ai paesi membri di elevare il tasso di occupazione delle 15-64enni al 60% entro il 2010, l”Italia, con un tasso del 46,6% è al di sotto della media europea (pari al 58,3%) e ben lontana da questo obiettivo”.

“Il primo elemento significativo che emerge dai dati della ricerca realizzata dall’Isfol è l’elevata variabilità dell’inattività femminile sul territorio, caratterizzata dal doppio binomio Nord-lavoro/Sud-inattività. Mentre le regioni del Nord presentano, infatti, livelli di occupazione prossimi a quelli comunitari, le aree del Mezzogiorno mostrano in merito una stagnazione quasi di natura strutturale.

A incidere sulla situazione non solo fattori di natura economica, ma anche le condizioni legate al tessuto sociale e al modello culturale di riferimento. Al Sud, inoltre, la maggior parte delle donne sono inattive non per loro scelta”.

“Lo studio mette in evidenza inoltre che la maggior parte delle donne, sia lavoratrici, sia inattive vive in una condizione di dissonanza, affermando di lavorare o di non lavorare per scelta quando non è vero. A dire di aver scelto sono la quasi totalità delle occupate (circa il 98%) e circa il 65% delle inattive. A un riscontro più attento sulla base di indicatori meno diretti, queste quote scendono di oltre 40 punti percentuali: le occupate davvero convinte sono circa il 56% e le inattive convinte nemmeno il 23%”.

Il 2 marzo scorso, il ministro delle Pari opportunita, Carfagna, intervenuta alla 54esima Sessione della Commissione sullo Status della Donna all’Onu ha detto che bisogna:”valorizzare il ruolo che le donne svolgono in ogni Paese per uno sviluppo sostenibile; l’evidenza è chiara: è semplicemente cattiva economia se non tutte le risorse umane – uomini e donne – sono in grado di partecipare all’attività economica e al sistema-Paese di ogni Nazione”.

Ecco perché è necessario favorire l’accesso delle donne nel mondo del lavoro e la loro partecipazione attiva nei processi decisionali, proseguendo nel percorso intrapreso 15 anni fa con l’adozione della Dichiarazione di Pechino, “includendo le donne nei processi formativi, valorizzando le loro competenze e promuovendo le eccellenze”.

“Il 60% delle persone povere nel mondo sono donne – ha spiegato Carfagna – e una delle principali cause della povertà femminile nel mondo è la disoccupazione. L’accrescimento dei poteri e dell’autonomia delle donne e il miglioramento delle loro condizioni sociali, economiche e politiche sono essenziali per l’esistenza di Governi e di Amministrazioni trasparenti e responsabili”.

In questo contesto – ha detto il Ministro- il Governo Italiano ha elaborato lo scorso dicembre un Piano per l’inclusione lavorativa delle donne, promosso in collaborazione tra il Ministero per le Pari Opportunità e il Ministero del Lavoro, contenente misure per incrementare l’impiego femminile”.

Beh, vista la situazione, forse tutto questo non può dirsi sufficiente; ci sarebbe bisogno di qualcosa in più, per far si che le donne in Italia, possano effettivamente scegliere se lavorare o meno e, non viceversa, dire di aver scelto l’inattività perchè, di fatto,  non riesce a trovare un lavoro, sentendosi così solo mortificata.

Fonte: www.inail.it

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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