Maternità: demansionamento e diritto alla conservazione del posto

diritto alla conservazione del posto di lavoro dopo il congedo di maternità e potere di demansionamento.

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Il Ministero del lavoro, ha chiarito la portata dell’art. 56 D.Lgs. n. 151/2001, sul diritto della lavoratrice al rientro dal congedo di maternità,  alla conservazione del posto di lavoro e sul demansionamento della stessa.

L’ordine dei consulenti del lavoro, in particolare, proponeva interpello, in merito alla possibilità di considerare legittimo l’accordo intercorso tra la medesima lavoratrice, rientrante in servizio prima del compimento di un anno di età del bambino, e il datore di lavoro, avente per oggetto l’assegnazione a mansioni inferiori con eventuale decurtazione della retribuzione; accordo, giustificato dall’oggettiva impossibilità di assegnare la lavoratrice alle mansioni da ultimo svolte, ovvero a mansioni equivalenti, a causa della soppressione della funzione o reparto cui la stessa era adibita anteriormente all’astensione.

Nell’interpello si richiama l’art. 2013 c.c., secondo il quale,

“il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito, ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione (…) ogni patto contrario è nullo”.

Il concetto di equivalenza, presuppone non solo che le nuove mansioni consentano l’estrinsecazione della professionalità già acquisita, ma altresì che il lavoratore possa, nell’ambito del differente inquadramento funzionale, conseguire quegli incrementi di professionalità che avrebbe potuto acquisire mediante lo svolgimento delle mansioni originarie.

Si richiama inoltre, l’orientamento della Suprema Corte secondo il quale, non si applica l’art. 2013 laddove  l’accordo che preveda l’assegnazione di mansioni di grado inferiore alle ultime svolte  corrisponda all’interesse del lavoratore stesso.

La Corte di Cassazione ha, espressamente ammesso il patto di demansionamento, con assegnazione al lavoratore di mansioni e conseguente retribuzione inferiore a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito, esclusivamente al fine di evitare un licenziamento, considerando prevalente, in tale ipotesi, l’interesse del lavoratore stesso a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 c.c. (cfr. Cass., sez. lav., n. 6552/2009; n. 21700/2006).

Quindi, conclude il Ministero, fermo restando il divieto di licenziamento della lavoratrice madre sancito dall’art. 54, comma 1, D.Lgs. n. 151/2001 – ai sensi del quale

“le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine del periodo di interdizione dal lavoro (…) nonché fino al compimento di un anno di età del bambino”;

sembra potersi considerare lecito il patto di demansionamento sottoscritto tra il datore e la lavoratrice madre, rientrante in servizio in epoca antecedente al compimento di un anno di età del bambino. In tal caso, occorre tuttavia verificare che il contesto aziendale sia tale che, per fondate e comprovabili esigenze tecniche, organizzative e produttive o di riduzione di costi, non sussistano alternative diverse per garantire la conservazione del posto di lavoro e per consentire aliunde l’esercizio delle mansioni.

Non appare invece lecito, finché dura il periodo in cui vige il divieto di licenziamento, che dalla soluzione innanzi prospettata consegua anche la decurtazione della retribuzione, in quanto tale soluzione appare in contrasto con la finalità della norma che comunque preclude il recesso datoriale anche nelle ipotesi di soppressione del posto di lavoro (a meno che non si verifichi la cessazione dell’attività dell’azienda).

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