Pensione di inabilità, non conta più il reddito del coniuge

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La Cassazione, interviene di nuovo in tema di pensione di inabilità, in particolare sul reddito da tenere in considerazione per rientrare nei requisiti

La Cassazione, con ordinanza n. 27812 dello scorso 12 dicembre, interviene in tema di pensione di inabilità, in particolare sui requisiti di natura economica per ottenerla, a seguito delle modifiche apportate in materia dal D.l. 76/2013 “Primi interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti”.

Il caso è giunto in Cassazione a seguito di ricorso dell’INPS avverso la sentenza della Corte di Appello di Messina che, confermando la sentenza di primo grado, ha accolto la domanda proposta da una signora nei confronti dell’Inps ed ha riconosciuto il diritto dell’invalida a percepire la pensione di inabilità a decorrere dal dicembre 2006 rilevando che la ricorrente, oltre ad essere totalmente inabile era altresì in possesso del necessario requisito reddituale, non dovendovi computare nell’accertamento dello stesso i redditi percepiti dal coniuge.

L’Inps ricorreva in Cassazione affermando che il limite reddituale non sia stato ritenuto comprensivo dei redditi del coniuge, ritenendosi rilevante solo il reddito individuale.

Gli Ermellini fanno un beve excursus di quello che è stato l’orientamento giurisprudenziale e la prassi amministrativa fino all’entrata in vigore del D.L. 76/2013. Infatti, sino all’entrata in vigore del predetto D.L. n. 76/2013, ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti, assumeva rilievo non solamente il reddito personale dell’invalido ma anche quello del suo eventuale coniuge. Di conseguenza, “il beneficio andava negato quando l’importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla norma suindicata.”

Nel pervenire a tale conclusione si è considerato che la stessa risulta in linea ” con i generali criteri del sistema di sicurezza sociale, che riconoscono alla solidarietà familiare una funzione integrativa dell’intervento assistenziale pubblico, non potendo invece trovare applicazione la regola – stabilita dal successivo comma 5 dello stesso art. 14 septies solo per l’assegno mensile di cui alla L. n. 118 del 1971 citata – della esclusione dal computo dei redditi percepiti da altri componenti del nucleo familiare dell’interessato”.

In questo contesto è intervenuto il d.l. 28 giugno 2013, n. 76, recante “che, attraverso l’art. 10 comma 5 è andato a modificare l’art. 14-septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, inserendo una ulteriore disposizione con la quale si specifica che «Il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, di cui all’articolo 12 della legge 30 marzo 1971, n. 118, è calcolato con riferimento al reddito agli effetti dell’IRPEF con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte».

La nuova norma interviene a chiare lettere ed individua quindi, anche per la pensione di inabilità, nel solo reddito dell’invalido il parametro in base al quale verificare l’esistenza del diritto alla prestazione assistenziale.

La disposizione dell’art. 10 comma 5 si completa con quanto disposto al successivo comma 6 della stessa norma dove si prescrive che la disposizione sopra descritta  “si applica anche alle domande di pensione di inabilità in relazione alle quali non sia intervenuto provvedimento definitivo e ai procedimenti giurisdizionali non conclusi con sentenza definitiva alla data di entrata in vigore della presente disposizione, limitatamente al riconoscimento del diritto a pensione a decorrere dalla medesima data, senza il pagamento di importi arretrati. Non si fa comunque luogo al recupero degli importi erogati prima della data di entrata in vigore della presente disposizione, laddove conformi con i criteri di cui al comma 5.”

Così facendo, si legge nella sentenza,  “il legislatore ha inteso definire un nuovo regime reddituale senza, tuttavia, pregiudicare le posizioni di tutti quei soggetti che avendo presentato domanda nella vigenza della precedente normativa (da interpretarsi nei termini più sopra riportati) non avessero ancora visto la definizione in sede amministrativa del procedimento ovvero fossero parti di un procedimento giudiziario ancora sub iudice.

Quasi a ribadire il suo carattere innovativo, poi, la norma precisa che il diritto alla pensione, sulla base dei nuovi requisiti stabiliti, decorrerà solo dalla data di entrata in vigore della nuova disposizione (28.6.2013) e soggiunge che non possono essere pagati importi arretrati sulle prestazioni riconosciute precisando quindi che, ove tale pagamento sia già intervenuto, le somme erogate non sono comunque recuperabili purché il loro riconoscimento sia intervenuto prima della data di entrata in vigore del nuovo requisito reddituale e risulti comunque rispettoso dello stesso.

La Corte di Cassazione ne trae i seguenti principi che indirizzano sia l’attività amministrativa che quella giudiziaria, anche con riguardo ai giudizi già in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge n.76 del 2013 più volte richiamato:

  • il riconoscimento del diritto alla pensione di inabilità è condizionato oltre che dalla totale invalidità anche dal possesso di un reddito personale dell’invalido non superiore, per l’anno in corso ad € 16.127,30.
  • la disposizione si applica anche alle domande amministrative presentate prima del 28 giugno 2013 ed a tutte le domande giudiziarie non ancora definite.
  • ove l’Istituto, anteriormente a tale data, abbia erogato ratei di prestazione, sia in via amministrativa che in esecuzione di un provvedimento giudiziario, le somme non sono ripetibili a condizione che il reddito personale dell’invalido fosse inferiore al limite annualmente previsto.

In conclusione, ed in applicazione dei detti principi al caso in esame, il ricorso dell’Inps deve essere accolto e la sentenza deve essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Messina in diversa composizione che provvederà ad accertare il possesso dei requisiti reddituali nei termini sopra esposti in relazione al periodo antecedente e successivo al 28 giugno 2013. La Corte del rinvio provvederà altresì sulle spese del presente giudizio.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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