Cassazione: maggior tutela ai lavoratori licenziati per ritorsione o rappresaglia

Per la cassazione, la tutela prevista per i licenziamenti discriminatori si applica anche ai licenziamenti per ritorsione o rappresaglia.

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La Cassazione, con sentenza nr. 16925 del 3 agosto scorso, estende la tutela prevista per il licenziamento discriminatorio a quello per “ritorsione o per rappresaglia”.

In pratica, al lavoratore licenziato per rappresaglia dell’imprenditore verso comportamenti non graditi del proprio dipendente, si applica la tutela prevista sia dall’art.15 dello Statuto dei lavoratori che, quella prevista dalla legge 108 del 1990.

Il fatto ha riguardato un lavoratore che si è visto licenziare in conseguenza della sua richiesta di pagamento degli straordinari. Formalmente l’azienda procedeva a licenziamento per motivo oggettivo, ossia per contrazione dell’attività aziendale.

Secondo la Cassazione, “il motivo oggettivo del licenziamento per ragioni inerenti l’attività produttiva, deve essere valutato dal datore di lavoro senza che il giudice possa in alcun modo sindacare, poichè, tale scelta è frutto della libertà di iniziativa economica, stabilita dall’art. 41 Cost.

E’ compito invece dei giudici, valutare la reale sussistenza delle ragioni poste alla base della soluzione adottata e verificare “l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo  operato”. In ogni caso, prosegue la Corte, spetta al datore di lavoro provare l’oggettiva impossibilità di utilizzare il dipendente licenziato in un altro settore aziendale.

Secondo gli Ermellini, tale licenziamento per riduzione risulta essere “palesemente pretestuoso” in considerazione dell’assunzione di un nuovo dipendente, avvenuta pochi mesi prima del licenziamento,  adibito prevalentemente alle stesse mansioni del dipendente licenziato.

Infine, continua la Corte, il licenziamento discriminatorio previsto dall’art. 4 L.604/66, dall’art.15 L. 300/70 e dall’art. 3 L.  108/90 “è suscettibile di interpretazione estensiva, cosi che è applicabile anche ai licenziamenti per ritorsione o rappresaglia, attuati a seguito di comportamenti risultati sgraditi all’imprenditore che costituisce cioè, l’ingiusta ed arbitraria reazione, quale unica ragione del provvedimento espulsivo, essenzialmente quindi di natura vendicativa”.

Pertanto, il datore di lavoro dovrà  riassumere il dipendente licenziato e, dovrà  pagargli sia gli stipendi maturati dal giorno del licenziamento ingiustificato sia lo straordinario e i permessi.

fonte: www.diritto24.ilsole24ore.com

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente redattrice di Lavoro e Diritti e impiegata nella PA.

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