Collegato lavoro: sollevata la questione di legittimità costituzionale dell'art.32 sull'impugnazione dei licenziamenti

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Il Tribunale di Trani, ha sollevato la questione di legittimità costituzione dell’art. 32 L.183/2010 (collegato lavoro), ossia, della norma sull’impugnazione dei licenziamenti nei contratti a tempo determinato.

Il Tribunale di Trani, ha sollevato la questione di legittimità costituzione dell’art. 32 L.183/2010 (collegato lavoro), ossia, della norma sull’impugnazione dei licenziamenti nei contratti a tempo determinato.

La questione ha preso il via da un giudizio promosso da un lavoratore contro Poste italiane il quale chiedeva l’illegittimità del termine apposto al contratto sottoscritto nel 2007 come sportellista, ai sensi dell’art 2 D.lgs 368/2001.

Nel corso del giudizio, entrava in vigore il collegato lavoro che, come sappiamo ha apportato modifiche sostanziali sia per quanto riguarda i tempi per l’impugnazione del licenziamento sia in merito al risarcimento danni.

Secondo il Tribunale, l’art 32 c. 5, 6 e 7, violerebbe gli art.  3 (principio di eguaglianza e canone di ragionevolezza) 24 (tutela dei diritti) 101 e 102 (autonomia e indipendenza del giudice) 111 (giusto processo) e 117 (rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, in particolare dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo)Cost.

Infatti precisa la Corte, prima del collegato lavoro, in caso di nullità del termina apposto ad un contratto di lavoro, oltre alla conversione del rapporto a tempo indeterminato, il Giudice condannava il datore alla riammissione in servizio e alla corresponsione della retribuzione dal giorno di messa in mora. Invece con le nuove norme, oltre alla conversione del contratto, si ha un risarcimento onnicomprensivo che va da un minimo ad un massimo previsti per legge.

Così facendo, si legge nell’ordinanza, “il Giudice deve astenersi dall’accertare quale sia il danno effettivo subito dal lavoratore…In questo modo la legge non è intervenuta per sostenere la parte debole del rapporto ma, per togliere ciò a cui il lavoratore,  per i principi generali dell’ordimento, ha diritto risarcimento”.

Ma non solo, l’art 32 violerebbe anche l’art 24 della Cost, ossia “l’effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri interessi legittimi e diritti soggettivi”, l’art. 111 e 117 Cost.

In merito a queste ultime norme, per principio generale, il giudice è tenuto a sollevare questione di legittimità costituzionale se una norma interna, cozza con una CEDU (Corte Europea diritti Umani).

Secondo il giudice, l’art 32, violerebbe il principio europeo definito nell’art 6 CEDU che vieta al legislatore di interferire nell’amministrazione della giustizia quando tale interferenza influisca l’esito della controversia a meno che, non vi siano ragioni di interesse generale.

L’illegittimità dell’art 32, in questo caso, sarebbe ravvisato dal fatto che, “mancando un interesse generale, la norma cancella con efficacia retroattiva una buona parte di diritti (il risarcimento effettivo e la regolarizzazione previdenziale), comunque riconosciuti al lavoratore dalla normativa precedente”.

Atrendiamo dunque, il giudizio della Consulta.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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