Il licenziamento contestato tardivamente non è legittimo

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Con sentenza nr. 21221 dello scorso 5 ottobre, la Corte Suprema di Cassazione, Sez. lavoro, ha “cassato” la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro e l’ha rinviata alla Corte d’Appello di Messina, con la quale si riteneva legittimo il licenziamento di un dipendente per fatti avvenuti però, due anni prima al licenziamento stesso. Il caso ha riguardato un lavoratore (direttore delle poste) che, il 3.12.1997 era stato posto agli arresti domiciliari per presunto concorso nel reato di usura; successivamente, revocata la misura cautelare degli arresti, era stato rimesso in servizio ma, in data 01.04.1999, gli erano state mosse contestazioni disciplinari (che culminavano nel licenziamento) che avevano ad oggetto proprio il procedimento penale pendente.

Con sentenza nr. 21221 dello scorso 5 ottobre, la Corte Suprema di Cassazione, Sez. lavoro, ha “cassato” la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro e l’ha rinviata alla Corte d’Appello di Messina, con la quale si riteneva legittimo il licenziamento di un dipendente per fatti avvenuti però, due anni prima al licenziamento stesso.

Il caso ha riguardato un lavoratore (direttore delle poste) che, il 3.12.1997 era stato posto agli arresti domiciliari per presunto concorso nel reato di usura; successivamente, revocata la misura cautelare degli arresti, era stato rimesso in servizio ma, in data 01.04.1999, gli erano state mosse contestazioni disciplinari (che culminavano nel licenziamento) che avevano ad oggetto proprio il procedimento penale pendente.

Il lavoratore impugnava il licenziamento sostenendo che le contestazioni addebitategli erano prive di fondamento sia perchè occorreva una sentenza penale e sia perchè i fatti posti a fondamento del licenziamento erano estranei al rapporto di lavoro e soprattutto non gli erano stati contestati immediatamente dopo all’accusa di usura.

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso del lavoratore ha affermato che: “nel licenziamento per giusta causa, l’immediatezza della comunicazione del provvedimento espulsivo rispetto al momento della mancanza addotta a sua giustificazione, ovvero rispetto a quello della contestazione, si configura come elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore; peraltro il requisito dell’immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il procedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice di merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo”.

Fonte: www.cassazione.net

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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