Quando facebook e internet sono causa di licenziamento

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L'utilizzo di Facebook e di internet in generale sul posto di lavoro può mai costituire giusta causa di licenziamento del lavoratore?

L’utilizzo di Facebook e di internet in generale sul posto di lavoro può mai costituire giusta causa di licenziamento del lavoratore?

Ormai internet e i social network sono diventati una realtà a cui nessuno (dal più grande al più piccolo) riesce a rinunciare. La rete è utilizzata per le comunicazioni più disparate: private e pubbliche, lavorative e ricreative, scientifiche e commerciali; negli ultimi anni all’utilizzo classico di internet si sono aggiunti i cd. social network (facebook, twitter, myspace, badoo etc).

E proprio questi ultimi sono diventati una vera e propria routine: chi di voi, tra le prime diciamo dieci azioni mattutine, non accede a internet e soprattutto non va a sbirciare sulla propria pagina di facebook? Nulla di male ma, a parte i problemi della privacy legati all’utilizzo della rete, questa abitudine può ripercuotersi duramente sulla nostra vita e soprattutto sul nostro lavoro.

Ogni giorno ci sono notizie di persone che perdono il proprio posto di lavoro perchè scoperti dal datore di lavoro ad utilizzare la rete per scopi non proprio attinenti all’attività lavorativa. Così in Svizzera una dipendente di una compagnia di assicurazioni è stata licenziata in tronco perchè, rimasta a casa per malattia (ovvero per una forte emicrania che le impediva di restare dinanzi al computer), è stata scoperta da un suo superiore (che utilizzava un finto profilo) a trafficare sul social network.

Allo stesso modo, un dipendente americano di una multinazionale è stato licenziato perchè, assente per malattia è stato sorpreso dal suo datore mentre condivideva sue foto scattate in vacanze fatte proprio mentre era assente giustificato dal lavoro.  La signora Kimberley Swann, lavoratrice inglese addetta alle fotocopiatrici è stata licenziata per aver scritto su Facebook che il “suo lavoro era noioso”. Il suo datore  ha letto il commento sul social network e, ritenendolo discreditante per l’azienda l’ha licenziata.

In Italia, una giovane giornalista si è dimessa dalla testata giornalistica dove lavorava in quanto, dopo aver linkato un articolo della Repubblica che parlava di un politico, sulla propria pagina di facebook (e quindi nella sfera privata della stessa) è stata duramente critica e rimproverata dal suo datore di lavoro per quello che aveva fatto.

L’ultimo esempio di questo genere lo scrive il quotidiano “il Corriere della Sera”: la 22enne inglese Holly Leam-Taylor, tirocinante della “Deloittee”, si è dimessa (ma molti affermano che è stata costretta alle dimissioni) dopo che per scherzo, ha inviato ad alcune sue colleghe una mail dal titolo «Deloitte First-Year Analysts Christmas Awards» affinché esprimessero le loro preferenze per eleggere il collega più affascinante dell’azienda. La mail purtroppo ha fatto il giro del mondo, dalla Nuova Zelanda agli Stati Uniti, ed è finita pure in rete, dando così pubblicità all’iniziativa.

Ecco, questi sono tutti esempi di come un uso sconsiderevole di internet e dei social network sul luogo di lavoro, possa compromettere il proprio posto lavorativo. Sono pienamente d’accordo nel “punire” i dipendenti che anziché lavorare, passano tutta la giornata sulla rete a fare i propri comodi, oppure a giocare a “farmville”o peggio, utilizzano i computers d’ufficio per accedere a siti pedo pornografici.

Il dubbio mi sorge invece, sulla legittimità del licenziamento per una frase scritta su un social network o sul suo utilizzo per pochi minuti sul posto di lavoro. Il problema è infatti se un pensiero scritto su facebook possa essere ritenuta “giusta causa” di licenziamento e se, l’azienda possa utilizzare il social network per accedere nella sfera privata del proprio dipendente e, utilizzare le informazioni da esso reperite per giustificare un licenziamento.

Brunetta ha emanato una circolare per disciplinare l’utilizzo di internet nei pubblici uffici, ma forse questo non è sufficiente. Credo ci sia bisogno di una normativa ad ampio raggio che riesca a coniugare gli interessi aziendali (siano essi pubblici o privati) con il diritto a “cinque minuti di pausa”, magari su un social network piuttosto che dinanzi ad un caffè; una disciplina però che sia figlia del buon senso e che tuteli sia l’azienda che la privacy del lavoratore.

Voi cosa ne pensate? Siete favorevoli all’introduzione di una legge per regolamentare l’utilizzo di internet sul posto di lavoro? E più in generale, pensate che andare in internet dal PC dell’ufficio sia fonte di distrazione oppure faccia parte della routine quotidiana del lavoratore, come una normale pausa caffè?

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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