Cassazione: il dipendente licenziato per ritorsione ha diritto alla reintegra nel posto di lavoro

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La Cassazione, con sentenza nr. 21967/2010 ha stabilito che non può essere motivo di licenziamento il rifiuto a trasferirsi in un'altra sede, da parte del lavoratore, soprattutto se ciò è giustificabile dalla necessità di assistere il coniuge ammalato.

La Cassazione, con sentenza nr. 21967/2010 ha stabilito che il carattere ritorsivo di un licenziamento, fa scattare l’immediato obbligo di reintegra nel posto di lavoro.

Il caso ha riguardato una lavoratrice che si è vista licenziare, per essersi rifiutata di trasferirsi in altra sede perchè necessitato ad accudire un famigliare malato. La signora in questione infatti  ha il marito gravemente malato tanto da, beneficiare dei benefici previsti dalla L. 104 sulla disabilità.

La lavoratrice, dopo aver comunicato l’accettazione dei benefici previsti dalla L.104, veniva dapprima trasferita in altra città e, in seguito licenziata, con la motivazione di una riorganizzazione aziendale. Il Tribunale di primo grado, riconosceva l’illegittimità del licenziamento, condannando la società alla riassunzione o al risarcimento del danno.

La lavoratrice, proponeva appello sostenendo il carattere ritorsivo del licenziamento e, chiedendo la reintegra nel posto di lavoro. Richiesta che veniva accolta dalla Corte di Appello. Ciò perchè dopo il licenziamento, le mansioni svolte dalla dipendente continuavano ad essere eseguite da altre persone.

La Cassazione ha affermato che l’impiego di alcuni lavoratori a termine, assunti per altre attività, nelle mansioni che la donna aveva sempre svolto, doveva indurre l’azienda ad assegnare alla lavoratrice anche i nuovi compiti in alternativa al licenziamento.

Anche se, continuano gli Ermellini, l’assetto organizzativo e produttivo dell’impresa è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, tale libertà non può svolgersi in modo da recare danno alla libertà e dignità umana.

Questo limite trova riscontro nella legislazione del lavoro in varie circostanze caratterizzate dalla necessità di tutelare i diritti fondamentali del lavoratore, tra cui quello relativo alla conservazione del posto, con la conseguenza che deve essere punito ogni recesso privo di giusta causa o giustificato motivo.

In questo contesto, ha concluso la Cassazione, appare evidente che il licenziamento in esame trovi «la sua ragion d’essere solo ed unicamente nella volontà di sanzionare la dipendente per essersi “ribellata” al provvedimento di trasferimento» e che quindi debba essere disposta la sua immediata reintegrazione nel posto di lavoro.

Fonte:www.ilsole24ore.com

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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