Cassazione: in caso di licenziamento il datore deve provare l'impossibilità di adibire il lavoratore ad altra mansione

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La Cassazione con sentenza nr 14517 dello scorso 1 luglio, ha stabilito che in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo il datore di lavoro che adduca a fondamento del recesso la soppressione del posto di lavoro, cui era addetto il lavoratore licenziato, ha l'onere di provare l'impossibilità di adibire il lavoratore ad mansione equivalente.

La Cassazione con sentenza nr 14517 dello scorso 1 luglio, ha stabilito che in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo il datore di lavoro che adduca a fondamento del recesso la soppressione del posto di lavoro, cui era addetto il lavoratore licenziato, ha l’onere di provare l’impossibilità di adibire il lavoratore ad mansione equivalente.

Il caso ha riguardato un lavoratore che, assunto con mansioni di direttore amministrativo, è stato licenziato per riduzione di personale e soppressione del posto. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno ritenuto legittimo il licenziamento, ritenendo provato in giudizio sia la riduzione del personale che la soppressione del posto di lavoro in questione.

Secondo gli Ermellini, “Il datore di lavoro che adduca a fondamento del recesso la soppressione del posto di lavoro, cui era addetto il lavoratore licenziato, ha l’onere di provare non solo che al momento del licenziamento non sussisteva alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa, alla quale avrebbe potuto essere assegnato il lavoratore per l’espletamento di mansioni equivalenti a quelle dapprima svolte, ma anche di aver prospettato, senza ottenerne il consenso, la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale, purchè tali mansioni siano compatibili con l’assetto organizzativo aziendale insindacabilmente stabilito dall’imprenditore”.

Nella specie – ha osservato la Suprema Corte – la decisione impugnata si è soffermata esclusivamente sulla insindacabilità delle scelte datoriali relative alla riorganizzazione dell’azienda, trascurando di accertare l’assolvimento dell’onere della datrice di lavoro riguardo alla effettiva inutilizzabilità del lavoratore in mansioni analoghe a quelle originariamente assegnate, ovvero in mansioni inferiori rispondenti alla sua esperienza e professionalità, e addossando, invece, al dipendente l’onere di dimostrare l’insussistenza del motivo oggettivo del recesso, così finendo per equiparare, inammissibilmente, la disciplina dell’onere probatorio in materia a quella del licenziamento discriminatorio (mai allegato, nella specie, dal lavoratore licenziato).

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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