Cassazione: pubblico impiego e calcolo dell'indennità di buonuscita

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La Cassazione ha stabilito che per il calcolo dell'indennità di buonuscita non contano gli incarichi dirigenziali temporanei di reggenza

Le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza nr. 10413 dello scorso 14 maggio 2013, risolvendo una diatriba giurisprudenziale sul punto, hanno affermato che per il calcolo dell’ indennità di buonuscita del pubblico dipendente che non abbia conseguito la qualifica di dirigente e che sia cessato dal servizio nell’esercizio di mansioni superiori in ragione dell’affidamento di un incarico dirigenziale temporaneo di reggenza, lo stipendio da considerare come base di calcolo per il TFR è quello relativo alla qualifica di appartenenza e non quello rapportato all’esercizio temporaneo di mansioni relative alla qualifica superiore di dirigente”.

Nel caso di specie, due dipendenti del Ministero delle Finanze ricorrevano al Giudice del lavoro per far dichiarare il loro diritto a vedersi determinata l’ indennità di buonuscita sulla base della retribuzione dirigenziale percepita al momento della risoluzione del rapporto di lavoro per pensionamento.

Gli stessi infatti, inquadrati nella IX qualifica funzionale, posizione C3, avevano ricoperto per lungo tempo (tre anni) e, fino al pensionamento mansioni superiori di dirigente, seppur, in regime di “reggenza”. Sia il tribunale di primo grado che quello d’Appello, rigettavano le domande dei due lavoratori ritenendo che “i trattamenti economici dirigenziali potessero incidere sul calcolo della indennità di buonuscita solo in favore dei dirigenti di ruolo, ossia in possesso della qualifica dirigenziale e, non in favore dei funzionari chiamati a ricoprire una funzione dirigenziale vacante e, solo per questo, in godimento della retribuzione di posizione per effetto dello svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle dell’inquadramento”.

Le Sezioni unite della Cassazione, richiamano l’art. 52 del d. lgs. 165/2001 (Disciplina delle mansioni). confermando che “lo svolgimento di fatto di mansioni superiori corrispondenti alla superiore qualifica dirigenziali, con un periodo affidato in “reggenza”, danno diritto ad un trattamento economico superiore tale da compensare l’esercizio temporaneo delle mansioni corrispondenti alla qualifica superiore, ma tale trattamento non rientra nella nozione di stipendio che è invece il trattamento economico tabellarmente riferibile alla qualifica di appartenenza”.

E ciò perchè, continuano i Giudici “il termine “stipendio” quale base del calcolo dell’indennità di buonuscita, deve essere inteso come trattamento retributivo relativo alla qualifica di appartenenza, con l’esclusione di altri emulamenti, seppur erogati con continuità e a scadenza fissa, ove non rientranti nell’elencazione tassativamente indicate nell’art. 3 e 38 del D.P.R. n. 1032/1973 che individua tassativamente le altre indennità da computare, come lo stipendio, nella base di calcolo per la buonuscita”.

Il rapportare la liquidazione alla retribuzione percepita temporaneamente per lo svolgimento delle mansioni superiori si tradurrebbe, secondo gli Ermellini, in un sostanziale aggiramento della norma legale che esclude l’acquisizione del superiore livello da parte del dipendente di fatto realizzando lo stesso effetto che si sarebbe verificato se il dipendente avesse regolarmente conseguito il superiore inquadramento nelle forma previste dalla normativa sul pubblico impego”.

Lo stesso principio si applica anche nelle ipotesi di conferimento di incarichi temporanei non in regime di reggenza dacchè, l’art 19 del d.lgs 165/2001 (incarichi di funzioni dirigenziali) chiaramente stabilisce che per i dipendenti statali titolari di incarichi di funzioni dirigenziali.. ai fini della liquidazione del trattamento di fine servizio, comunque denominato, l’ultimo stipendio va individuato nell’ultima retribuzione percepita prima del conferimento dell’incarico avente durata inferiore a tre anni”.

Infine, concludono le Sezioni unite, “l’esercizio di fatto di mansioni superiori alla qualifica di appartenenza, non può costituire novazione del rapporto per fatti concludenti  perchè ciò contrasterebbe con quanto previsto dall’art. 52 del d.lgs. 165/2001 secondo il quale, “L’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore o dell’assegnazione di incarichi di direzione”.

La novazione, contrasterebbe anche con il principio del necessario concorso o procedura selettiva comparativa per l’accesso alla dirigenza pubblica.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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