Consiglio di Stato: al superamento del periodo di comporto, scatta il licenziamento se si è assenti ingiustificati

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E' licenziabile il lavoratore assente ingiustificato, dopo il superamento del termine massimo del periodo di comporto.

Il consiglio di Stato, con sentenza nr. 1608 dello scorso 16 marzo, ha affermato chiaramente che, una volta esaurito il periodo di comporto per assenza per malattia e, senza che il lavoratore faccia ulteriore richiesta di conservazione del posto di lavoro, quest’ultimo può essere licenziato.

Per periodo di comporto si intende il “tempo durante il quale il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro, nonostante la sospensione dell’esecuzione della prestazione lavorativa per fatto inerente alla sua persona” , quali ad esempio, malattia, infortunio, gravidanza etc. la sua durata massima è definita dalla contrattazione collettiva.

Il caso ha riguardato un dipendente comunale che, presentava ricorso contro la delibera con cui era stato risolto unilateralmente il rapporto di lavoro per superamento del periodo di comporto.

Dal giudizio è emerso che, durante tali assenze, il dipendente non ha mai richiesto di poter fruire di un ulteriore prolungamento del periodo di assenza per malattia. Che, successivamente al superamento del periodo di comporto, il lavoratore risultava assente ingiustificato dal servizio (avendo prodotto con notevole ritardo una lettera di giustificazione e successive certificazioni mediche) e ciò, nonostante  una certificazione medica rilasciata a seguito di visita medico collegiale che, definiva il lavoratore idoneo al servizio, in considerazione sia dell’indubbia valenza terapeutica dell’attività lavorativa sia delle possibilità di rapporti interpersonali.

“Per evitare la perdita del posto di lavoro per esaurimento del periodo di comporto, il lavoratore avrebbe potuto presentare una istanza di fruizione delle ferie per porre l’Amministrazione in grado di valutare la possibilità di concedere un ulteriore periodo di assenza dal servizio”.

Pertanto, concludono i Giudici, il ricorso va respinto poichè, giustamente “ l’ente concludeva che nessuna intenzione di ripresa del servizio emergeva dalla comunicazione inviata dal lavoratore, né la documentazione medica presentata poteva ragionevolmente indurre il comune stesso a ritenere che sussistessero le condizioni per adibire il ricorrente a proficuo lavoro, anche in mansioni diverse, come previsto dal contratto collettivo allora vigente”.

Fonte: www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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