Crisi aziendale e tutela dei lavoratori: sull'Italia si abbatte nuovamente la mannaia della Corte Europea

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Con la sentenza nr C561/07 dell'11 giugno 2009 la Corte Europea di Giustizia, ha condannato l'Italia per aver violato i principi sul "ravvicinamento delle legislazioni" degli stati UE stabiliti dalla direttiva 2001/23.

Consultando l’archivio delle sentenze europee in materia di lavoro, mi ha colpito la sentenza nr C561/07 dell’11 giugno 2009 con la quale la Corte Europea di Giustizia, ha condannato nuovamente il nostro bel paese per la violazione della normativa comunitaria; in particolare per aver violato i principi sul “ravvicinamento delle legislazioni” degli stati UE stabiliti dalla direttiva 2001/23.

La normativa europea prevede che siano garantiti i diritti dei lavoratori in ogni caso di trasferimento d’azienda. La legislazione italiana del 1990 ha invece derogato a questo vincolo, nel caso in cui nell’azienda trasferita sia in accertato stato di “crisi”.

La Commissione Europea accusava l’Italia di aver violato gli obblighi impostigli dalla direttiva nr.2001/23/CE; in pratica richiamava l’attenzione delle autorità italiane sul fatto che l’art. 47, commi 5 e 6, della legge nazionale n. 428/1990 può costituire una violazione della direttiva 2001/23 in quanto i lavoratori dell’impresa ammessi al regime della CIGS (Cassa integrazione guadagni straordinaria) trasferiti all’acquirente, non beneficiano dei diritti tutelati dall’art. 2112 del codice civile, fatte salve le eventuali garanzie previste da un accordo sindacale.

Cerchiamo con ordine di capire cosa è successo.
Questa direttiva all’art.1. stabilisce che “ I diritti e gli obblighi che risultano per il cedente da un contratto di lavoro o da un rapporto di lavoro esistente alla data del trasferimento sono, in conseguenza di tale trasferimento, trasferiti al cessionario”. Al successivo art.3 la direttiva afferma che “dopo il trasferimento, il cessionario mantiene le condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo nei termini previsti da quest’ultimo per il cedente fino alla data della risoluzione o della scadenza del contratto collettivo o dell’entrata in vigore o dell’applicazione di un altro contratto collettivo”.

Ai sensi dell’art. 4 della direttiva 2001/23:

Il trasferimento di un’impresa, di uno stabilimento o di una parte di impresa o di stabilimento non è di per sé motivo di licenziamento da parte del cedente o del cessionario. Tale dispositivo non pregiudica i licenziamenti che possono aver luogo per motivi economici, tecnici o d’organizzazione che comportano variazioni sul piano dell’occupazione.

La legge italiana oggetto della sentenza della Corte di Giustizia è la legge 428/1990 che all’art 47 al comma 5 stabilisce invece che qualora il trasferimento riguardi aziende o unità produttive delle quali il CIPI [comitato interministeriale per il coordinamento della politica industriale]abbia accertato lo stato di crisi aziendale a norma dell’art. 2, quinto comma, lett. c), della legge 12 agosto 1977, n. 675 (…) ai lavoratori il cui rapporto di lavoro continua con l’acquirente non trova applicazione l’articolo 2112 del codice civile, salvo che dall’accordo risultino condizioni di miglior favore.

Al successivo comma 6, si dispone che i “lavoratori che non passano alle dipendenze dell’acquirente, dell’affittuario o del subentrante hanno diritto di precedenza nelle assunzioni che questi ultimi effettuino entro un anno dalla data del trasferimento, ovvero entro il periodo maggiore stabilito dagli accordi collettivi. Tuttavia, nei confronti dei lavoratori predetti, che vengano assunti dall’acquirente, dall’affittuario o dal subentrante in un momento successivo al trasferimento d’azienda, non trova applicazione l’articolo 2112 del codice civile».

Ma cosa prevede l’articolo 2112 del codice civile? Questo articolo (come gran parte della normativa sul lavoro) tutela la parte debole del contratto di lavoro, ossia il dipendente. In esso si afferma il diritto del lavoratore, in caso di trasferimento di azienda, a mantenre il rapporto di lavoro con il cessionario; conservando anche i diritti che derivano dal suddetto rapporto lavorativo. Inoltre si prevede una obbligazione in solido tra il cedente e il cessionario per i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento…. ma non solo, l’art 2112 prevede anche che il trasferimento di una azienda non costituisce motivo di licenziamento. Il lavoratore, le cui condizioni di lavoro si modificano sostanzialmente, nei tre mesi successivi al trasferimento può rassegnare le sue dimissioni.

Come è evidente l’art 2112 enuncia lo stesso principio e appresta la stessa tutela del lavoratore della direttiva 2001/23.
E’ chiaro quindi, che l’incriminazione dell’art 47 commi 5 e 6 da parte della Corte di giustizia Europea è giustissima: escludendo l’applicazione dell’art. 2112 del codice civile al trasferimento di un’impresa di cui sia stato accertato lo stato di crisi, i lavoratori la cui impresa è oggetto di un trasferimento perdono il diritto al riconoscimento della loro anzianità, del loro trattamento economico e delle loro qualifiche professionali, nonché il diritto a prestazioni di vecchiaia derivanti dal regime di sicurezza sociale legale di cui all’art. 3, n. 1, prima frase, della direttiva 2001/23.

Essi perderebbero altresì il beneficio del mantenimento, per un periodo minimo di un anno, delle condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo, come previsto dall’art. 3, n. 3, di tale direttiva; il lavoratore perde anche un’ancora di salvattaggio in merito ad eventuali crediti che vanta con l’azienda in crisi, non potendo così rifarsi sul cessionario (cosa che invece accadrebbe se si applica l’art 2122 c.c).

Seguendo questo ragionamento la Corte Europea di Giustizia ha rilevato che: “mantenendo in vigore le disposizioni di cui all’art. 47, commi 5 e 6, della legge n. 428/1990, in caso di «crisi aziendale» a norma dell’art. 2, quinto comma, lett. c), della legge n. 675/1977, in modo tale che i diritti riconosciuti ai lavoratori dall’art. 3, nn. 1, 3 e 4, nonché dall’art. 4 della direttiva 2001/23 non sono garantiti nel caso di trasferimento di un’azienda il cui stato di crisi sia stato accertato, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tale direttiva. Pertanto è condannata alle spese”.

Che dire: è l’ennesimo caso di uno Stato con mille contraddizioni; con una norma da e con l’altra toglie! Ora speriamo solo che l’Italia si adegui presto a questa normativa altrimenti le sanzioni continueranno a piovere. Noi, nel frattempo continuiamo a rimanere vigili e soprattutto informati su ciò che accade nel mondo del lavoro perchè “la conoscenza rende liberi”.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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