Navigazione:Sentenze Lavoro

Tutte le più importanti sentenze sul lavoro commentate dai nostri autori. La giurisprudenza, intesa come il complesso delle decisioni giudiziarie che si sono avute in merito all’applicazione di una norma giuridica, è una fonte molto importante del diritto del lavoro.

Vista la vastità delle leggi la corretta interpretazione di un principio normativo è infatti una delle basi del diritto italiano.

Sentenze Lavoro

In questa rubrica andiamo quindi ad inserire le sentenze sul lavoro che riteniamo più importanti o innovative di un orientamento, provenienti principalmente dalla Corte di Cassazione con il commento dei nostri esperti autori.

Sentenze sul lavoro della Corte di Cassazione

In Italia la Corte Suprema di Cassazione è al vertice della giurisdizione ordinaria. Tra le principali funzioni che le sono attribuite dalla legge vi è quella di assicurare:

“l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni”.

Cassazione: non può essere licenziato il lavoratore allergico alla mansione

Con sentenza nr. 21710 dello scorso 13 ottobre, la Corte di Cassazione ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato per sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore alle mansioni assegnate, senza che il datore di lavoro abbia accertato che il lavoratore potesse essere addetto a mansioni diverse e di pari livello, evitando trasferimenti di altri lavoratori o sconvolgimenti nell’organigramma produttivo.

Cassazione: la lavoratrice licenziata, ha diritto all’indennità di maternità

Con la sentenza nr. 21121 del 2 ottobre 2009, la Suprema Corte ha affermato il diritto della lavoratrice madre di usufruire della indennità di maternità anche quando, l’astensione obbligatoria dal lavoro abbia avuto inizio decorsi i 60 giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro. Per cui, la lavoratrice non avrà diritto alla indennità di disoccupazione bensì alla indennità di maternità per tutto il periodo previsto per l’astensione dal lavoro.

Cassazione: la raccomandazione può costituire reato di concussione

La Cassazione, sesta sezione penale, con sentenza nr. 38617 dello scorso 5 ottobre, ha affermato che, fare pressioni su qualcuno, sfruttando la propria posizione o la propria autorevolezza, per agevolare l’assunzione di terze persone, può integrare gli estremi del reato di concussione.

Il caso ha riguardato un Sig. di Afragola (NA) che, in primo grado è stato condannato alla pena (condizionalmente sospesa) di due anni di reclusione per tentata concussione, perchè, approfittando della sua qualità di presidente del consiglio comunale di Afragola, aveva esercitato ripetute pressioni sui responsabili di un ipermercato di prossima apertura, per “agevolare” l’assunzione di 250 persone nominativamente segnalate, prospettando in caso contrario, la frapposizione di ostacoli all’avvio del centro commerciale.

Il Tar boccia la Gelmini, ma il Ministro è già pronto per l'esame di riparazione

La Gelmini cerca di evitare il commissariamento impostogli sabato mattina, dal Tar Lazio con ordinanza nr. 4581/09 sulle graduatorie dei precari. Ricorderemo infatti che il ministro Gelmini, con la riforma dello scorso luglio, ha bloccato le graduatorie, consentendo l’inserimento nelle graduatorie di tre province diverse da quella di appartenenza, ma solo in coda.

Sabato mattina è stata resa nota la pronuncia del TAR del Lazio che ha ordinato al MIUR di dare puntuale esecuzione, nel termine di 30 giorni dalla comunicazione della decisione (ordinanza 4581/2009, depositata venerdi 9 ottobre), all’ordinanza cautelare n. 2573/2009 del 13 luglio 2009, con la quale si impone al Ministero di inserire “a pettine” coloro che hanno chiesto la collocazione in graduatorie di altra provincia; ossia inserire i precari nella fascia d’appartenenza e con il punteggio acquisito e aggiornato nella graduatoria provinciale di attuale iscrizione.

Il licenziamento contestato tardivamente non è legittimo

Con sentenza nr. 21221 dello scorso 5 ottobre, la Corte Suprema di Cassazione, Sez. lavoro, ha “cassato” la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro e l’ha rinviata alla Corte d’Appello di Messina, con la quale si riteneva legittimo il licenziamento di un dipendente per fatti avvenuti però, due anni prima al licenziamento stesso.

Il caso ha riguardato un lavoratore (direttore delle poste) che, il 3.12.1997 era stato posto agli arresti domiciliari per presunto concorso nel reato di usura; successivamente, revocata la misura cautelare degli arresti, era stato rimesso in servizio ma, in data 01.04.1999, gli erano state mosse contestazioni disciplinari (che culminavano nel licenziamento) che avevano ad oggetto proprio il procedimento penale pendente.