Parità tra sessi, divieto di discriminazione nel lavoro e nello stipendio: l'Italia recepisce la direttiva Ue

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Lo schema di decreto legislativo approvato il 31 luglio scorso dal Consiglio dei Ministri recepisce la direttiva 2006/54/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006 riguardante l'attuazione del principio di “parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego”.

Lo schema di decreto legislativo approvato il 31 luglio scorso dal Consiglio dei Ministri recepisce la direttiva 2006/54/Ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006 riguardante l’attuazione del principio di “parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego”.

E’ una direttiva che ingloba le preesistenti in materia, come quelle sul principio di parità di trattamento fra i sessi per l’accesso al lavoro, parità di retribuzione e onere della prova in giudizi di discriminazione basata sul sesso.

Lo scopo di tale direttiva è di dare attuazione al “Principio della parità di trattamento” per quanto riguarda:

  • l’accesso al lavoro, alla promozione e alla formazione professionale;

  • le condizioni di lavoro, compresa la retribuzione;

  • i regimi professionali di sicurezza sociale.

Il Testo approvato in via preliminare dal nostro Governo integra e rafforza il D.lgs 198/2006 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) che, introduceva nel nostro ordinamento una normativa ad ampio raggio finalizzata alla prevenzione e alla rimozione di ogni forma di discriminazione fondata sul sesso in tutti i campi della vita civile, sociale ed economica e, in particolare per quanto riguarda quest’ultima, per:

  • l’accesso al lavoro;

  • la retribuzione per l’attività svolta a parità di condizioni;

  • nell’attribuzione delle qualifiche, mansioni, e progressione di carriera;

  • accesso agli impieghi pubblici.

Con il nuovo testo approvato si precisa e si amplia l’applicazione delle misure di promozione e tutela della parità di trattamento tra uomo e donna in tema di lavoro, rafforzandole; si modificano le nozioni di “discriminazione”, “discriminazione diretta e indiretta” includendo fattispecie introdotte con la direttiva europea.

Un esempio può essere dato dal concetto di “vittimizzazione” delineato nella direttiva dall’art 24 che dispone l’intronduzione nei rispettivi ordinamenti giuridici, di “disposizoni necessarie per proteggere i lavoratori e i rappresentanti dei dipendenti previsti dalle leggi, dal licenziamento o altro trattamento sfavorevole, quale reazione ad un reclamo all’interno dell’impresa o ad azione legale volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento”.

Importanti precisazioni sono introdotte in merito al divieto di discriminazione nelle retribuzioni e nell’accesso al lavoro, compresa l’attività di orientamento, formazione aggiornamento e riqualificazione professionale e i tirocini formativi.

La più significativa riguarda l’aumento di pene per i datori di lavoro che violano le norme: sono previste multe fino a 50 mila euro e l’arresto fino ad un anno.

Il nuovo decreto legislativo, infine, ridefinisce e delinea i compiti degli organismi preposti alle politiche delle pari opportunità, ossia Commissione Nazionale di parità, organismi operanti presso i Ministeri del Lavoro, della salute, delle politiche sociali e del Ministero delle Pari opportunità.

Legislazioni coma questa e si spera altre sempre migliori che seguiranno, ben vengano. Sarebbe bello riuscire ad avere una cultura della “parità” così profonda da rendere la parità stessa come qualcosa di normale, di innato nell’uomo; insomma come mangiare il pane o respirare!

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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