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Ognuno ha le proprie ambizioni e lotta con costanza per poterle raggiungere, anche se parte dal gradino più basso della scala sociale;questo in teoria. In pratica, secondo uno studio dell’OCSE di prossima pubblicazione “A Family affair”, tutto ciò, nel nostro bel paese non sarebbe possibile.

Lo studio ha misurato nei Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico il livello della mobilità sociale; per mobilità intergenerazionale sociale si intende la relazione tra la situazione socio-economiche dei genitori e lo stato che i loro figli raggiungeranno da adulti.

In una società relativamente immobile, il salario di un individuo, il grado di istruzione o di occupazione tendono ad essere strettamente legati a quelle dei suoi genitori; viceversa in una società molto elastica, la “condizione di partenza” della famiglia non influirà sul futuro dei figli.

Tra i fattori ambientali, che influiscono su tale mobilità, alcuni sono in stretta relazione con l’ordine pubblico (come le norme sociali, l’etica del lavoro, atteggiamento verso il rischio e le reti sociali), mentre altri possono essere fortemente influenzata dalle politiche dei governi. Esempi tipici sono le politiche che consentono l’accesso alla formazione del capitale umano, come il sostegno pubblico per le scuole e l’accesso alla istruzione superiore, così come le politiche redistributive (ad esempio i regimi fiscali e di trasferimento) che possono ridurre o aumentare le barriere finanziarie.

Secondo l’Ocse, il nostro paese, come anche tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo ha una bassa mobilità sociale rispetto all’Austria, al Canada e ai paesi nordici. Questo vuol dire che se il padre è un luminare o un ingegnere spaziale, con molta probabilità il figlio seguirà le orme del padre finendo per prendere lo stesso stipendio; la stessa cosa varrà se il padre è un operaio.

In Italia (dice l’ocse) il merito peserebbe pochissimo; più importante è quindi lo stipendio del papà: “metà del vantaggio di reddito che un padre che guadagna molto ha su uno che guadagna poco si trasferisce comunque, automaticamente – a prescindere dai talenti e dalle storie individuali – al proprio figlio“.

L’istruzione, inoltre pesa tantissimo in questo discorso, ad esempio, in Danimarca, Finlandia, Italia  il figlio di un laureato ha il 30% in più di possibilità di raggiungere la laurea rispetto ad un figlio il cui padre ha compiuto solo studi superiori

“E, dunque, il figlio di un laureato italiano (si laurei o meno egli stesso) guadagnerà, in media, il 50 per cento di più del figlio di uno che si è fermato alle medie inferiori.

fonte: www.repubblica.it.

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Sull'Autore

Consulente del Lavoro iscritto all'albo provinciale di Campobasso, fondatore e redattore di Lavoro e Diritti. D.U. in Economia e Amministrazione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Teramo. Specializzando in Sicurezza sul Lavoro. Esperto Web.

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