Garante privacy: utilizzo di telecamere nei luoghi di lavoro e diritti dei lavoratori

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Garante per la privacy: il datore di lavoro può utilizzare sistemi di videosorveglianza senza violare però, i diritti del lavoratore.

Il Garante della Privacy, con provvedimento nr. 16 dello scorso 17 gennaio, torna a pronunciarsi sull’annoso problema dell’utilizzo delle telecamere all’interno dei luoghi di lavoro e, del controllo a distanza dei lavoratori.

Con questo provvedimento, il Garante ha bloccato il trattamento dei dati effettuato tramite il sistema di videosorveglianza installato in un esercizio di un’importante catena commerciale, a seguito dell’attività ispettiva condotta dalla Questura di Genova.

Il principio ribadito per l’ennesima volta è che il servizio di televigilanza, con scopo di anti-taccheggio e anti-rapina, non deve consentire forme di controllo a distanza dei lavoratori. Gli esercenti devono segnalare adeguatamente la presenza di telecamere e affidare la gestione del servizio a guardie giurate.

Dalle verifiche effettuate era emerso che la società aveva violato in più punti l’accordo che era stato sottoscritto con i sindacati per l’installazione delle telecamere sul luogo di lavoro. Una videocamera, ad esempio, invece che essere utilizzata per finalità di sicurezza, inquadrava il sistema di rilevazione degli accessi dei dipendenti, consentendo quindi – in contrasto con quanto sottoscritto dall’azienda e con lo stesso Statuto dei lavoratori – il controllo a distanza dei lavoratori.

Le immagini registrate risultavano poi accessibili con modalità diverse da quelle concordate. L’accordo sindacale prevedeva che le riprese effettuate “saranno custodite in un apposito armadio di sicurezza dotato di una doppia serratura”, con consegna di due distinte chiavi, rispettivamente, al responsabile della sicurezza del negozio e alla RSA delegata del negozio, sì che “l’apertura dell’armadio sarà […] consentita solo alla presenza contemporanea sia di un rappresentante dei lavoratori che di uno dell’azienda”, con conservazione delle chiavi “in apposita busta sigillata, con la firma delle due figure delegate”.

Si appurava invece che l’accesso ai dati [registrati mediante il sistema di videosorveglianza]era possibile solo attraverso una password custodita dall’azienda che fa manutenzione all’impianto, la quale veniva contattata quando era necessario procedere alla visualizzazione di immagini precedentemente registrate”, previa comunicazione di un codice personale da parte del responsabile della sicurezza.

Non erano in regola neppure i cartelli con l’informativa semplificata utilizzati per segnalare la presenza dell’impianto di videosorveglianza: non solo non contenevano tutte le informazioni necessarie, ma erano in numero esiguo e, a volte, collocati in posizione non chiaramente visibile (ad es. alle spalle di un espositore). Dai riscontri della Questura è emerso, inoltre, che l’impianto di videosorveglianza era stato affidato in gestione a un consorzio di ditte esterne che utilizzava per il servizio personale non qualificato. Chi effettuava il controllo delle immagini era, infatti, privo della licenza prefettizia di “guardia particolare giurata”, necessaria per poter svolgere funzioni anti-rapina e anti-taccheggio, e non era stato designato incaricato del trattamento dei dati personali.

Il Garante della privacy, richiama il principio più volte affermato per cui “nelle attività di sorveglianza occorre rispettare il divieto di controllo a distanza dell’attività lavorativa, pertanto è vietata l’installazione di apparecchiature specificatamente preordinate alla predetta finalità: non devono quindi essere effettuate riprese al fine di verificare l’osservanza dei doveri di diligenza stabiliti per il rispetto dell’orario di lavoro e la correttezza nell’esecuzione della prestazione lavorativa (ad es. orientando la telecamera sul badge)”.

Per lo stesso motivo, “il sistema di rilevazione delle presenze deve essere collocato in un’area non interessata dalle riprese, in modo tale da consentire, in conformità all’art. 11, comma 1, lett. d), del Codice, il trattamento delle sole immagini pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità dichiarate dalla Società nonché esplicitate nel menzionato accordo sindacale adottato ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. n. 300/1970”.

Pertanto, il Garante  ha dichiarato illecito, il trattamento effettuato a mezzo del sistema di videosorveglianza, con la conseguente inutilizzabilità dei dati trattati in violazione di legge ai sensi dell’art. 11, comma 2 del Codice e, in attesa dell’adozione di idonee misure volte a rendere conforme al quadro normativo vigente il trattamento effettuato, ha disposto il blocco del trattamento dei dati personali effettuato mediante lo stesso.

Ha imposto all’esercente di provvedere a sanare tutte le violazioni riscontrate e, ha anche trasmesso copia degli atti e del provvedimento all’autorità giudiziaria al fine di valutare gli eventuali illeciti penali commessi.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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