Indagine Isfol sulle donne inattive

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Studio Isfol sulla partecipazione al lavoro del mondo femminile;oltre la metà delle donne inattive sarebbe disposta a lavorare part-time e accetterebbe un lavoro fra i 500 e i mille euro al mese.

Lo scorso 7 maggio, l’Isfol ha pubblicato un sondaggio sulla partecipazione al lavoro del mondo femminile.Lo studio, a cura di Roberta Pistagni, ricercatrice dell’area analisi e valutazione delle politiche per l’occupazione, è stato iniziato nel 2007 su proposta del ministero del Lavoro, con l’obiettivo di analizzare gli elementi determinanti il fenomeno dell’inattività femminile in Italia con un approccio multi disciplinare. La ricerca è stata condotta su un campione di 6mila donne tra i 25 e i 45 anni d’età.

Oltre la metà delle donne inattive sarebbe disposta a lavorare part-time (fino a 25 ore settimanali) e fra queste circa il 38% accetterebbe un lavoro per un reddito netto fra i 500 e i mille euro al mese.

I risultati indicano che la cause dell’inattività femminile ruotano principalmente attorno alla famiglia (divisione dei compiti tra i coniugi e carichi di lavoro legati alla cura dei figli e dei parenti non autosufficienti), al modello di welfare (carenza di servizi per l’infanzia, presenza di reti familiari e informali) e all’organizzazione del lavoro (bassi livelli di conciliazione tra lavoro e famiglia, rigidità degli orari di lavoro).

Ruolo fondamentale gioca anche il titolo di studio: una minore presenza di inattive fra le donne maggiormente istruite, ma anche una diversa incidenza della inattività posseduto nelle diverse aree territoriali rispetto al titolo di studio posseduto. Al Nord l’incidenza dell’inattività è più bassa fra le donne che non hanno titolo di studio o hanno la licenza elementare (17,2%) e fra chi è in possesso della laurea o di specializzazione post laurea per le quali il tasso di inattività risulta pari al 10,9%. Nelle altre aree geografiche la quota di donne inattive diminuisce al crescere del livello di studi conseguito pur rimanendo sempre sensibilmente più elevato (a parità di livello di istruzione) al Sud

Tra le cause che favoriscono l’inattività ci sono anche elementi di di natura culturale: tendono a non lavorare donne che hanno avuto madri non lavoratrici; infatti, la percentuale delle madri che lavoravano è maggiore tra le occupate rispetto che tra le inattive. Inoltre l’aver frequentato donne che lavoravano durante l’infanzia è un fattore che incide positivamente sull’occupazione femminile.

Uno dei motivi principali che le donne indicano nello spiegare il loro allontanamento dal mercato del lavoro è la nascita di un figlio ma oltre a questo, anche la perdita del lavoro a seguito di chiusura aziendale, licenziamento o scadenza di un contratto sono fattori che incidono.Fra coloro che hanno scelto di abbandonare il lavoro per dedicarsi ai figli al crescere del livello del titolo di studio diminuisce questo motivo di interruzione, così come diminuiscono le probabilità di licenziamento/chiusura aziendale.

Per cercare di ridurre il fenomeno, fondamentale risulta lo sviluppo di politiche in grado di ridurre il peso della famiglia, fra cui la disponibilità di servizi pubblici per bambini ed anziani.

In secondo luogo risulta importante un adeguamento dei tempi lavorativi. Molte donne sarebbero disposte a lavorare con orari family friendly. La disponibilità di lavori con orario ridotto o flessibile dovrebbe comunque avere un carattere di reversibilità in modo che possa essere adattata al ciclo di vita familiare e ovviamente non deve risultare penalizzante rispetto alle prospettive di carriera.

L’orario ridotto risulta una delle forme di lavoro maggiormente desiderata proprio in considerazione del fatto che per i carichi di lavoro familiari diventa una modalità principale per la conciliazione degli impegni familiari con quelli lavorativi. Non a caso una delle condizioni che renderebbe disponibili le donne inattive al rientro nel mercato del lavoro è la possibilità di un’attività lavorativa che comporti un orario ridotto o flessibile. In particolare tale forma di lavoro è indicata nelle regioni del Nord .

Infine,  l’inattività femminile è maggiormente diffusa in aree dove bassi sono anche i tassi di occupazione femminile. In queste aree la probabilità di essere inattive aumenta anche in ragione di un “effetto scoraggiamento” che inibisce la ricerca di lavoro. In tal senso è quindi utile favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro per sbloccare il flusso dalle ricerca di un’occupazione all’inattività.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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