Istat: Italia paese di inattivi, povero e con troppe tasse

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L’Istat torna a fotografare il nostro Bel Paese con la pubblicazione dello studio “ Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo”

L’Istat torna a fotografare il nostro Bel Paese con la pubblicazione dello studio “ Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo”; una pubblicazione che offre un quadro d’insieme dei diversi aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paese, della sua collocazione nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo caratterizzano.La foto che ne esce, sembra una di quelle in bianco e nero, molto sgualcita di secoli or sono; è questa la sensazione che ho, nel leggere il rapporto.

Cominciamo dal mercato del lavoro: il tasso di inattività che, misura i cd NEET è al 36,3 per cento; manco a dirlo, una percentuale tra le più elevate d’Europa. L’inattività femminile rimane molto ampia (46,5 per cento) a dispetto di quella maschile pari al 26,1%. Nell’Europa dei 27 stati, l’Italia è al secondo posto per tasso di inattività; peggio di noi solo Malta. Ovviamente come è sempre stato nel nostro paese a due velocità, le regioni meridionali (con l’eccezione dell’Abruzzo e della Sardegna) ne fanno di più le spese con un tasso che si colloca ben al di sopra del 40 per cento, con picchi più elevati in Campania, Sicilia e Calabria, dove circa una persona su due in età lavorativa non partecipa al mercato del lavoro.

Il tasso di disoccupazione raggiunge il 10,7 per cento, in aumento rispetto all’anno prima ed è in linea con quello medio Ue27 (10,5 per cento). La disoccupazione di lunga durata (che perdura cioè da oltre 12 mesi) interessa il 52,5 per cento dei disoccupati e supera il 54 per cento per la componente femminile.

Nel 2012 risultano occupate sei persone su 10 in età 20-64 anni, con un forte squilibrio di genere a sfavore delle donne e un marcato divario territoriale tra il Centro-Nord e Mezzogiorno (20,5 punti
percentuali).  Il tasso di occupazione nella fascia di età 55-64 anni è pari al 40,4 per cento, in aumento di circa 2,5 punti percentuali rispetto al 2011 ma inferiore alla media Ue27 (48,9 per cento).

Ma l’Italia non brilla neanche per quanto riguarda la scuola: intanto il nostro governo spende poco per la scuola; l’ncidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil è pari al 4,2 per cento, valore
ampiamente inferiore a quello dell’Ue27 (5,3 per cento). Nel 2012 il 43,1 per cento della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media; è un valore molto distante dalla media Ue27 (25,8 per cento) e inferiore solo a quelli di Portogallo, Malta e Spagna.

“Il 17,6 per cento dei 18-24enni ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore (12,8 per cento in media Ue), quota che sale al 21,1 per cento nel Mezzogiorno”. I dati inoltre evidenziano come i nostri ragazzi 15enni prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria hanno performance inferiori alla media Ocse e a quella dei paesi Ue che partecipano all’indagine.

Oltre due milioni sono i giovani tra i 15 e i 29 anni non inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. Si tratta di un valore fra i più
elevati in Europa. “La permanenza dei giovani all’interno del sistema di formazione, anche dopo il termine dell’istruzione obbligatoria, è pari all’81,3 per cento tra i 15-19enni e al 21,1 tra i 20-29enni. La media Ue21 nelle due classi considerate è più alta (rispettivamente 87,7 e 28,4 per cento), ponendo l’Italia agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi europei”.

Per quanto riguarda le condizioni delle famiglie: nel 2012 il 24,9 per cento delle famiglie residenti in Italia presenta almeno tre delle difficoltà considerate nel calcolo dell’indice sintetico di deprivazione, una quota in aumento rispetto all’anno precedente.

E come se non bastasse, “l’Italia ha una pressione fiscale pari al 44,1 per cento, 3,6 punti percentuali in più rispetto a quella media Ue27. La Pubblica amministrazione italiana spende poco più di 13 mila euro per abitante, un valore leggermente superiore a quello medio dell’Ue27, ma ancora inferiore a quello delle principali economie dell’Unione. A livello territoriale, la spesa statale regionalizzata del Centro-Nord si conferma sistematicamente superiore a quella del Mezzogiorno”.

Per quanto riguarda la protezione sociale, nel 2012 in Italia la spesa per la protezione sociale supera il 30 per cento del Pil, il valore per abitante sfiora invece gli 8 mila euro l’anno.con dei valori appena superiori alla media dell’Unione, sia in termini pro capite, sia di quota sul Pil. Nel 2011, il 55,1 per cento dei comuni italiani ha attivato almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi/innovativi per l’infanzia.

Per la prima volta dal 2004, nel 2011 scende, seppur in misura lieve (-0,5 punti percentuali rispetto al 2010), la percentuale dei bambini che utilizzano servizi pubblici per l’infanzia (13,5 per cento nel 2011).

Il rapporto fornisce dati sull’imprenditorialità italiana, turismo, agricoltura, sport e tempo libero, sanità e molto altro. Se vi va, trovate il rapporto completo sul sito dell’Istat

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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