Studio OCSE sulle pensioni, i precari di oggi saranno i poveri domani

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Secondo il rapporto OCSE sulle pensioni italiane i lavoratori con carriere intermittenti e redditi bassi sono a rischio povertà in vecchiaia

Come avrete già appreso dai TG di ieri, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha rilasciato ieri un’importante documento, relativamente alle pensioni di vecchiaia e superstiti nei 20 paesi che fanno parte della’area di interesse dell’istituto.

Il sistema pensionistico italiano, inizia il rapporto, era nel 2009 il più sbilanciato di tutta l’area OCSE con una spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti pari a 15.4% del PIL rispetto alla media OCSE del 7.8%. Questa situazione è ovviamente il frutto di una sbagliata gestione del sistema pensionistico ed è quindi un’eredità del passato.

La riforma Fornero del sistema pensionistico

Nel 2012, come è ben noto, il sistema pensionistico italiano ha subito un importante riforma, una piccola rivoluzione (tutti ricorderanno le famose lacrime del Ministro Fornero). In pratica il sistema ha subito sostanzialmente un repentino cambio da retributivo a contributivo e contemporaneamente un forte innalzamento dell’età pensionabile, in prospettiva dell’allungamento delle prospettive di vita.

Fino al 2011, continua il rapporto, uomini e donne potevano andare in pensione rispettivamente a 65 e 60 anni. La riforma del 2012 ha portato a 66 anni l’età pensionabile per gli uomini (e per le donne del settore pubblico) che sarà anche la normale età pensionabile per tutte le donne entro il 2018. Dopo tale data, l’età pensionabile aumenterà sia per gli uomini e le donne con la speranza di vita. Dal 2021, nessun lavoratore sarà in grado di andare in pensione prima di 67 anni e dopo il 2021, l’età pensionabile andrà ben oltre il limite di 67 anni.

Questo ha consentito sì un passo importante per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, ma ha creato al contempo numerosi e gravi lacune nel sistema, alcune già venute a galla in questi ultimi due anni, ovvero i famosi esodati e altre di cui sentiremo parlare in un futuro neanche troppo lontano, se nel frattempo non si troveranno delle soluzioni adeguate.

Rischi nel lungo periodo

Il problema fondamentale che rileva l’OCSE, ma che è molto facile da intuire è che il successo di una riforma del genere per avere successo deve essere accompagnata da una crescita del mercato del lavoro, con lavori più stabili nel lungo periodo e meglio retribuiti.

Quindi i lavoratori con carriere intermittenti, i lavoratori precari e quelli mal retribuiti saranno più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia.

In secondo luogo, oltre alle prestazioni sociali (assegno sociale) erogate secondo il livello di reddito, per le persone di 65 anni e per quelle più anziane , l’Italia non prevede alcuna pensione sociale per attenuare il rischio di povertà per gli anziani.

Infine, il pilastro pensionistico privato non è ancora ben sviluppato, infatti alla fine del 2010 poco più del 13% dei lavoratori ha optato per un sistema di previdenza complementare da affiancare a quella pubblica.

Conclusioni

Non è ancora tempo di scene di panico e isteria collettiva, ma dopo che si sono messi a posto i conti pubblici, è bene iniziare quindi capire come in futuro si potranno evitare situazioni di grave povertà in larghe fasce della popolazione, ora che c’è ancora tempo e i campanelli di allarme non mancano.

  OCSE, Rapporto sistema pensionistico italiano (671,4 KiB, 314 download)
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Sull'Autore

Consulente del Lavoro iscritto all'albo provinciale di Campobasso, fondatore e redattore di Lavoro e Diritti. D.U. in Economia e Amministrazione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Teramo. Specializzando in Sicurezza sul Lavoro. Esperto Web.

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