Riforma dell’università

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Mercoledi 28 ottobre, il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, un disegno di legge per la riforma del sistema universitario. Il decreto legislativo approvato è un provvedimento a tutto campo che cambia completamente il sistema università. In particolare vengono ridefiniti organi ed articolazione interna delle Università, previste fusioni e federazioni di Atenei anche a fini di razionalizzazione delle sedi e delle strutture, nonché la programmazione triennale del reclutamento del personale accademico.

Mercoledi 28 ottobre, il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, un disegno di legge per la riforma del sistema universitario.

Il decreto legislativo approvato è un provvedimento a tutto campo che cambia completamente il sistema università. In particolare vengono ridefiniti organi ed articolazione interna delle Università, previste fusioni e federazioni di Atenei anche a fini di razionalizzazione delle sedi e delle strutture, nonché la programmazione triennale del reclutamento del personale accademico.

Prevista una  rigorosa distinzione dei compiti e ruoli tra senato accademico e consiglio di amministrazione. Sono ridotti i componenti dei due organi: massimo 35 membri per il senato accademico  con funzione di programmazione accademica e massimo 11 membri per il consiglio di amministrazione. Il 40% dei componenti del consiglio di amministrazione sarà esterno.

Basta con rettori universitari a vita: previsto un limite massimo di mandati di 8 anni, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma. L’università si dovrà dotare di un codice etico per evitare incompatibilità o conflitti di interessi legati a vincoli di parentela. Viene poi introdotta la figura del direttore generale al posto del direttore amministrativo, che dovrà rispondere delle proprie scelte come un vero e proprio manager dell’ateneo. Il nucleo di valutazione del singolo ateneo non sarà più interno ma a maggioranza esterna.

Anche i docenti sono stati interessati dalla riforma, sia per ciò che riguarda il loro reclutamento che per la valutazione del loro operato.Viene introdotto l’obbligo di certificare la presenza alle lezioni: i prof a tempo pieno dovranno certificare  1.500 ore annue – comprensive non solo della didattica ma anche delle attività di ricerca e di gestione – e tra queste almeno 350 dovranno essere destinate ad attività di docenza e servizio per gli studenti. Gli scatti di stipendio, avverranno  solo per i docenti migliori. E’ inoltre previsto che gli studenti possano valutare i professori e questa valutazione sarà uno dei criteri che il ministero terrà in considerazione per l’attribuzione dei fondi ai singoli atenei

L’elemento che più caratterizza questa riforma è sicuramente dato dallo stop ai cosidetti “ricercatori a vita”.  La riforma mira a eliminare il carattere di precarietà dei ricercatori. Si abbassa quindi l’età per diventare  ricercatori che passa dagli attuali 37 ai 30. Lo stipendio verrà allineato agli standard internazionali e, passerà dalle attuali 1200 euro a 1860,00 euro.

Prevista una nuova forma di reclutamento con contratti a tempo determinato: due contratti da 3 anni ciascuno. La promozione dal primo contratto al secondo, dipenderà dall’esito positivo delle valutazioni di pubblicazioni scientifiche, ricerca e progetti effettuati.

Al termine del secondo contratto triennale con abilitazione, i ricercatori potranno diventare professori associati e avere quindi uno scatto di carriera; coloro che non superano la valutazione, potranno comunque spendere il titolo di ricercatore per i concorsi all’interno della pubblica amministrazione o, nel settore privato.

Fonte: www.governo.it

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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