Sud, in dieci anni 700 mila emigrati in cerca di fortuna

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Un Mezzogiorno in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi.

SVIMEZ, LA CRISI COLPISCE SOPRATTUTTO AL SUD

Un Mezzogiorno in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi. Un’area periferica da cui si continua a emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema né si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri: questa la fotografia che emerge dal Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2009 presentato Roma giovedì 16 luglio da SVIMEZ Associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno.

LA DISOCCUPAZIONE CRESCE DI PIU’ AL CENTRO-NORD

Nel 2008 il tasso di occupazione meridionale è sceso al 46,1%. Gli occupati sono cresciuti al Centro-Nord di 217 mila unità, mentre sono scesi di 34 mila nel Mezzogiorno.

A livello regionale, risultati positivi per il terzo anno consecutivo per Molise (1,6%), Puglia (0,3%) e Abruzzo (3,2%). Crollano gli occupati soprattutto in Campania (-2,2%) e Calabria (-1,2%), mentre flessioni più contenute si rilevano nelle Isole (-0,6% e –0,3% in Sicilia e Sardegna).

A livello di settori la domanda di lavoro in agricoltura continua a scendere soprattutto al Sud (-2,8% contro il -1,5% del Centro-Nord). In calo anche l’industria, che segna -2,4% al Sud (dopo il +2,9% del 2007) e -1,1% nell’altra ripartizione. La dinamica dell’occupazione industriale è sensibilmente negativa in tutte le regioni del Sud, con l’eccezione del Molise, dove cresce del 4% per il forte boom del settore delle costruzioni (+16,4%) e della Sicilia, dove flette soltanto dello 0,7% perché l’incremento delle costruzioni (2,7%) compensa in larga parte la flessione dell’industria in senso stretto (-4,2%).

Positivo solo il terziario, che registra comunque un rallentamento rispetto agli scorsi anni: +0,2% al Sud (era crescita zero nel 2007) e +0,7% al Centro-Nord (+1,5% nel 2007).

Nel 2008 i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+15,3%) che al Sud (+9,8%). Nella classe di età 15-24 anni la disoccupazione è arrivata al 14,5% al Centro-Nord e al 33,6% al Sud. Qui crescono anche i disoccupati di lunga durata (sono il 6,4% del totale, erano il 5,9% nel 2007).

All’Italia spetta il non invidiabile primato del tasso di disoccupazione giovanile più alto in Europa, di cui è responsabile soprattutto il Mezzogiorno. Nel 2008 solo il 17% dei giovani meridionali in età 15-24anni lavora, contro il 30% del Centro-Nord.

Al Sud cresce la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa scoraggiati e lavoratori potenziali: 95mila persone in più l’anno scorso. Dal 2004 al 2008 infatti i disoccupati impliciti e gli scoraggiati sono aumentati di 424mila unità.
Considerando anche questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo del Sud salirebbe a oltre il 22%.

IN CALO IL SOMMERSO, MA AL SUD E’ IN NERO 1 LAVORATORE SU 5

Cala il lavoro nero nel 2008, con 22mila unità irregolari in meno, per effetto anche della campagna di regolarizzazione dei lavoratori stranieri, soprattutto nel settore edile. Qui ad esempio nel Sud il tasso di irregolarità è sceso dal 29,7% del 2001 al 18,6% del 2008.

Nel 2008 in Italia i lavoratori in nero sono stimati in 2 milioni 943 mila, l’11,8% del totale. I settori di maggiore diffusione sono l’agricoltura e i servizi.

Nel 2008 al Sud è irregolare 1 lavoratore su 5, pari in valori assoluti a 1 milione 300mila persone, con tassi di irregolarità del 12,8% nell’industria e del 19% nelle costruzioni.

A livello territoriale la regione più “nera” è la Calabria, con il 26% di manodopera irregolare, che sale a quasi il 50% in agricoltura e al 40% nelle costruzioni.

A seguire, la Basilicata (20,3%), con un forte peso del settore industriale, Sicilia (19,8%), Sardegna (19,5%) e Puglia (17,4%).

Il più alto numero di lavoratori in nero in valori assoluti spetta alla Campania (329mila persone), che dal 2000 ha però perso il 19,4% (79mila unità).

IN DIECI ANNI 700MILA VIA DAL SUD, A PARTE I PENDOLARI

Caso unico in Europa, l’Italia continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni.

I posti di lavoro del Mezzogiorno sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione.

Tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno.

Nel 2008 il Mezzogiorno ha perso oltre 122mila residenti a favore delle regioni del Centro-Nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Riguardo alla provenienza, oltre l’87% delle partenze ha origine in tre regioni: Campania, Puglia, Sicilia. L’emorragia più forte in Campania (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12,2 mila e 11,6 mila unità in meno.

Nel 2008 sono stati 173.000 gli occupati residenti nel Mezzogiorno ma con un posto di lavoro al Centro-Nord o all’estero, 23 mila in più del 2007 (+15,3%). Sono i pendolari di lungo raggio, cittadini a termine che rientrano a casa nel week end o un paio di volte al mese. Giovani e con un livello di studio medio-alto: l’80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato.

Il 24% è laureato. Non lasciano la residenza generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree urbane né un contratto di lavoro a tempo. Spesso sono maschi, singles, dipendenti full time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.

Le regioni che attraggono maggiormente i pendolari sono Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Da segnalare però la crescita dei pendolari meridionali verso altre province del Mezzogiorno, pur lontane dal luogo d’origine: 60mila nel 2008 (erano 24 mila nel 2007).

Una curiosità: la crisi ha colpito anche i pendolari meridionali. Se infatti il movimento Sud-Nord è cresciuto nei primi sei mesi del 2008, con l’aggravarsi del quadro economico 20mila persone sono rientrate al Sud, soprattutto donne.
Rispetto ai primi anni 2000 sono cresciuti i giovani meridionali trasferiti al Centro-Nord dopo il diploma che si sono laureati lì e lì lavorano, mentre sono calati i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro.

In vistosa crescita le partenze dei laureati “eccellenti”: nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%.

La mobilità geografica Sud-Nord permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-Nord vanno incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani immobili al Sud non arriva a 1000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1000 e 1500 euro e oltre il 16% più di 1500 euro.

Comunicato stampa integrale SVIMEZ

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Sull'Autore

Consulente del Lavoro iscritto all'albo provinciale di Campobasso, fondatore e redattore di Lavoro e Diritti. D.U. in Economia e Amministrazione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Teramo. Specializzando in Sicurezza sul Lavoro. Esperto Web.

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