Il datore di lavoro può imporre come vestirsi in azienda?

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Il datore di lavoro può imporre ai suoi dipendenti come vestirsi in azienda durante l’attività lavorativa? Vediamo cosa prevede la legge.

E’ discriminatorio il comportamento attuato dal datore di lavoro che imponga ai suoi dipendenti come vestirsi in azienda durante l’attività lavorativa? Ovvero il capo può decidere come devono vestirsi i propri sottoposti al lavoro? Vediamo cosa prevede la legge.

Spesso le Aziende chiedono come comportarsi in caso di reprimende nei confronti di dipendenti che adottano un abbigliamento, per così dire, poco consono ad un ambiente lavorativo, ed ogni volta, il punto di partenza della mia consulenza è sempre la policy.

Non mi stancherò mai di dirlo! Avere policies ben redatte, come estensione ed integrazione dei C.C.N.L., assicurano una salvaguardia preziosa.

Come vestirsi in azienda?

E’ necessario fare un distinguo tra i vari tipi di abbigliamento.

Quando la divisa è obbligatoria per la sicurezza.

Consideriamo innanzitutto l’abbigliamento per lavorazioni particolari, ad esempio tute e tutti i dispositivi di protezione individuali necessari ed obbligatori per lo svolgimento della mansione (DPI).

In questo caso è la legge che prevede come vestirsi in azienda, in quanto si tratta di salvaguardia della salute del lavoratore imposta dal T.U. 81/2008 sulla Sicurezza e Salute nei luoghi di lavoro, in cui i DPI necessari risultano dal DVR (documento di valutazione dei Rischi) aziendale e da cui discendono obblighi riguardo la consegna, la manutenzione e l’uso che, con la firma sul foglio di consegna, impegnano fortemente e democraticamente il lavoratore.

La divisa come immagine aziendale

Diverso invece è il caso dell’Azienda che voglia dare una connotazione visibile del proprio brand, chiedendo ai propri dipendenti di indossare una divisa (accade nel settore pubblico e privato).

Parte della sociologia del lavoro vi vede una spersonalizzazione del dipendente, mentre la parte più numerosa, la interpreta come un forte vincolo di identificazione, orgoglio ed anche comodità nel non dover investire in abbigliamento per il lavoro a proprie spese.

Il cosiddetto tempo tuta o tempo divisa

Si inserisce l’argomento relativo al cosiddetto “tempo tuta” e cioè se il lavoratore debba iniziare la prestazione già con l’abbigliamento aziendale o se invece, il cambio sia ricompreso nell’orario di lavoro.

La Cassazione con la Sentenza 1352/2016 ha ribadito ancora una volta che si tratti di tempo retribuito, ogni qualvolta si ravvisi etero direzionalità.

Leggi anche: Tempo divisa: il tempo impiegato per indossare la divisa da lavoro va pagato

Ma tutto il personale è quindi obbligato ad indossare l’abbigliamento consigliato?

In realtà la prassi giurisprundenziale prevede che l’indicazione vada rivolta a chi abbia contatti con il pubblico, sottinteso il concetto che il Dipendente sia il biglietto da visita dell’azienda, per buona norma, ad esempio, il personale al ricevimento clienti, i magazzinieri (identificabili anche per motivi di sicurezza – oltre naturalmente al personale di cantiere con obbligo di esposizione di cartellino identificativo).

Ma sempre con regolamento interno, concertato con le eventuali rappresentanze sindacali, è possibile estendere il ventaglio dei consigli, sulla non manifestazione di dettagli che identifichino fortemente il proprio credo (la dipendente con il velo), orientamento politico e filosofico.

Una nota Azienda che si occupa di distribuzione alimentare al pubblico, chiede ai propri dipendenti tatuati di indossare maglie a maniche lunghe per evitare una sensazione negativa nel cliente che acquista il cibo.

Un’altra chiede che non si indossino monili per non arrecare danno alla clientela durante i trattamenti.

Gli ospedali richiedono che il personale di sala operatoria non indossi gioielli per le possibili contaminazioni.

Il casual friday

In occasione del “casual friday” molte società ricalcano l’abitudine statunitense di adottare un abbigliamento casual, andrebbe da se’ che, in caso di appuntamenti con personale esterno, ci asterrà dal jeans e sneakers; purtroppo non sempre si può confidare nel buon senso e diventa necessario precisarlo per scritto.

Infine, si ritorna sul vecchio adagio “è l’abito che fa il monaco?”, assolutamente no, ma si tratta di rispetto, per se stessi, per il proprio lavoro e per i propri colleghi, non serve una mise firmata, semplicemente trasmettere un’idea di ordine.

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Sull'Autore

Consulente del Lavoro (Albo di Lodi) Laureata in Scienze Politiche ed in Lingua e Letteratura italiana indirizzo classico, presso l’Università Statale di Milano, Master in Diritto ed Organizzazione del Lavoro Ynsead Paris. Dopo aver maturato una significativa esperienza nel mondo delle Risorse Umane, sono approdata, sostenendo l’esame di stato, nel mondo del Diritto del Lavoro. Esercito in un importante studio di Milano, occupandomi di grandi imprese e clientela internazionale.

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