Pensione base: esiste un valore minimo? La situazione attuale e le prospettive

Oggi non esiste formalmente una 'pensione base', ma esiste uno strumento simile, ossia l'integrazione al trattamento minimo Inps.


Pensione base: esiste un valore minimo per l’assegno pensionistico? Il tema delle pensioni com’è noto, continua a tenere banco negli ambienti della politica e non solo. Ma non potrebbe essere diversamente. Nei prossimi mesi, l’Italia dovrà varare e mettere in pratica una serie di riforme strutturali e, tra esse, dovrà di sicuro trovare spazio anche una nuova riforma previdenziale, attesa entro la fine di quest’anno.

Per questa via, sarà possibile introdurre dal 2022 nuove formule di pensione anticipata al posto di meccanismi come Quota 100, confermata come sperimentale per il triennio 2019-2021 ma che non proseguirà, stante anche lo scarso successo registrato. E se argomenti come Opzione Donna e APE Sociale continuano ad essere degni di essere considerati, nell’acceso dibattito sulle pensioni e sul futuro da dare al sistema previdenziale, trova spazio altresì la questione legata all’introduzione di una vera e propria pensione con importo base. In verità, se ne discute da diversi anni, senza trovare una piena definizione della questione.

Qui di seguito intendiamo fare il punto della situazione proprio con riferimento alla cd. pensione base, giacchè in molti si domandano se davvero esiste un trattamento di questo tipo, vale a dire un importo al di sotto del quale non si può andare. Facciamo chiarezza.

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Pensione base: qual è la situazione oggi. L’integrazione al minimo dell’Inps

In verità, per rispondere a quanto appena riportato, occorre dire che formalmente non esiste oggi un livello minimo di pensione o pensione base. Tuttavia, sussiste la possibilità di sfruttare un’integrazione laddove la pensione sia molto bassa e l’interessato non disponga di redditi alti. Si parla, in queste circostanze, di  integrazione al minimo, ma ci sono più motivi per cui comunque non si può parlare di pensione base in senso stretto.

In buona sostanza, l’integrazione al trattamento minimo consiste in una prestazione economica che l’Inps assegna a chi ha una pensione molto bassa, al di sotto del cosiddetto minimo vitale, corrispondente cioè, nel 2019, a 513,01 euro mensili e nel 2020-21 a 515,58 euro. Pertanto, il trattamento minimo annuo, per il 2021, sarà pari a 6.702,54 euro totali (vale a dire 515,58 euro per 13 mensilità). Rimarchiamo altresì che l’importo di riferimento per l’integrazione al minimo della pensione è sempre soggetto a rivalutazione annuale. Ciò al pari del resto dei trattamenti pensionistici.

Come sopra accennato, da tempo è in corso un dibattito inerente la possibilità di stabilire una vera e propria ‘pensione base’ sotto alla quale non si potrà scendere in futuro. Ecco perchè tra i vari argomenti che ruotano attorno alla riforma strutturale del settore, c’è anche la possibile previsione di una pensione di garanzia, un importo minimo che scatta sempre, al raggiungimento di specifiche condizioni.

Il meccanismo dell’integrazione al minimo: come funziona?

Quanto detto finora non ci deve però trarre in inganno. Infatti, se è vero l’integrazione al minimo per il 2021 prevede la soglia minima di circa 515 euro, ciò però non significa che in linea generale esista un importo della pensione base di questo ammontare e che nessun trattamento pensionistico possa scendere sotto questo livello, atto a garantire il cd. ‘minimo vitale’.

Anzi, la mancanza di una pensione base ‘generalizzata’ risulta evidente se consideriamo il meccanismo dell’integrazione al trattamento minimo. Facciamo i seguenti esempi:

Pensionato non sposato

  • se il pensionato solo può contare un reddito totale al di sotto dei 6.702,54€ citati, ha certamente diritto a un’integrazione piena. Dunque, se il pensionato incassa ad es. incassa 350 euro di pensione potrà sfruttare un incremento fino a 515,58€. In dette circostanze, ha senso parlare di ‘pensione base’;
  • se invece il pensionato solo  può contare su un reddito al di sopra ai 6.702,54€ ma inferiore a 13.405,08€, allora ha diritto a un’integrazione ma solamente parziale. Ad es. un pensionato che incassa 300 euro di pensione ma ha un reddito di 12.000 euro all’anno. In questa circostanza, si potrà contare su un’integrazione di 1.405,08€ (reddito massimo meno reddito percepito) che diviso per 13 mensilità darà come esito circa 108 euro. Pertanto la sua pensione arriverà fino 408€, e si tratta dell’“importo base” (il cui valore sarà collegato al reddito personale e potrà cambiare ogni anno).

E’ chiaro che se il reddito del pensionato è supera la cifra di 13.405,08 euro, non scatta alcuna integrazione, neanche parziale.

Pensionato sposato

Considerazioni differenti valgono nel caso il pensionato in questione sia sposato. Infatti abbiamo che:

  • scatta il diritto all’integrazione della pensione in maniera piena, se il reddito annuo totale proprio e del coniuge non oltrepassa 20.107,62 euro; ed il reddito del pensionato non oltrepassa 6.702,54 euro;
  • scatta il diritto all’integrazione della pensione in modo parziale, se il reddito annuale totale proprio e del coniuge oltrepassa 20.107,62 euro; ma non oltrepassa 26.810,16 euro ed il reddito del pensionato non va oltre i 13.405,08 euro.

Ancora, in base alle norme vigenti, laddove il reddito personale e del coniuge sia al di sopra dei 26.810,16 euro, o se il solo reddito personale oltrepassa la soglia di 13.405,08 euro, non scatta alcuna integrazione.

Da quanto indicato finora, appare dunque piuttosto chiaro che non si può formalmente parlare di pensione base, semplicemente perchè non sussiste un importo base identico per tutti, bensì variabile sulla scorta di più parametri.

Inoltre, sussiste un’altra ragione per cui è inopportuno parlare di pensione base in ipotesi di meccanismo di integrazione al minimo. Infatti, da questo strumento sono tagliati fuori tutti coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il primo gennaio 1996 e dunque rientrano interamente inclusi nel regime di calcolo contributivo dell’assegno pensionistico.

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Conclusioni: ci potrà essere una pensione base in futuro?

Alla luce delle considerazioni finora esposte, ci si può legittimamente domandare se, nel prossimo futuro, potrà essere introdotto un meccanismo generalizzato di pensione base. Parlare di ciò ha senso, specialmente se teniamo conto del fatto che tutti coloro che rientrano nel sistema contributivo, non possono contare sul meccanismo sopra citato. Ecco perchè negli ultimi tempi si sta concretamente riflettendo sull’ipotesi di nuove norme ad hoc sulla pensione base; considerata come una sorta di ‘pensione di garanzia’ per tutti, un importo minimo sotto cui non si potrebbe scendere.

Detto dibattito appare di primaria importanza se consideriamo anche che con il sistema di calcolo contributivo il pericolo concreto è quello di avere un assegno mensile d’importo davvero esiguo, in particolar modo per chi non ha potuto avere una carriera lavorativa continua e con stipendio di buona entità. Si tratta di situazioni molto comuni oggigiorno e che certamente coinvolgono le giovani generazioni. Ecco perchè spingere nella direzione di una nuova pensione base appare la strada da seguire.