Molto spesso quando si parla di lavoro povero si pensa immediatamente a retribuzioni troppo basse. Ma è davvero questa la causa principale del fenomeno? Secondo un nuovo approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, pubblicato il 12 giugno 2026, la realtà è più complessa e chiama in causa soprattutto la discontinuità lavorativa, il part-time involontario e i contratti di breve durata.
Lo studio, intitolato “Alle origini del lavoro povero”, analizza le cause strutturali dei cosiddetti working poor, ossia le persone che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente. L’analisi porta a una conclusione netta: nella maggior parte dei casi il problema non è il salario orario, ma il fatto che si lavora troppo poco durante l’anno o per un numero insufficiente di ore settimanali.
Oltre il 73% dei lavoratori poveri ha un lavoro discontinuo o a orario ridotto
La ricerca prende in esame i dati INPS e distingue i lavoratori in base a due elementi fondamentali: l’intensità del lavoro (tempo pieno o part-time) e la continuità dell’occupazione durante l’anno.
Dall’incrocio dei dati emerge che oltre il 73% dei lavoratori con retribuzioni inferiori a 20.000 euro lordi annui svolge attività caratterizzate da:
- part-time, spesso involontario;
- lavoro stagionale;
- contratti a chiamata;
- rapporti di lavoro frammentati;
- occupazione solo per alcuni mesi dell’anno.
Al contrario, tra chi lavora a tempo pieno e in modo continuativo per tutto l’anno, la quota di lavoratori sotto la soglia dei 20.000 euro lordi scende al 27%.
Secondo gli autori dello studio, questo dato dimostra che il principale fattore di vulnerabilità economica è la ridotta intensità lavorativa e non soltanto il livello della paga oraria.
Il peso del part-time involontario
Un ruolo centrale è svolto dal part-time involontario, una realtà che interessa milioni di persone.
L’approfondimento evidenzia che in Italia ci sono oltre 4,2 milioni di lavoratori part-time e che il 56% di essi non ha scelto volontariamente questa modalità di lavoro, ma l’ha accettata per mancanza di alternative.
Il fenomeno colpisce soprattutto le donne. Lo studio rileva infatti che il part-time involontario rappresenta una delle principali cause delle differenze occupazionali e reddituali di genere. Inoltre, oltre il 42% delle lavoratrici part-time si trova in questa situazione perché non è riuscita a trovare un impiego a tempo pieno.
Negli ultimi anni arrivano però segnali incoraggianti
Accanto alle criticità, la Fondazione Studi segnala alcuni elementi positivi emersi nel mercato del lavoro italiano tra il 2023 e il 2026.
La crescita occupazionale registrata negli ultimi anni è stata trainata principalmente dai contratti a tempo indeterminato e dal lavoro a tempo pieno. Nello stesso periodo si è osservata una riduzione dell’incidenza del part-time e una contrazione significativa dei contratti a termine.
Secondo l’analisi, il numero delle posizioni lavorative “standard”, cioè stabili e a tempo pieno, ha superato i 15,7 milioni nel 2025, mentre la quota del part-time sul totale degli occupati è scesa intorno al 17%.
Per gli esperti si tratta di una trasformazione importante, perché l’aumento delle ore lavorate e della continuità occupazionale consente a molti lavoratori di uscire dalla fascia del lavoro povero anche senza variazioni significative della paga oraria.
I settori dove il lavoro povero è più diffuso
Lo studio evidenzia come il fenomeno non sia distribuito in modo uniforme nell’economia italiana.
Le maggiori criticità si concentrano nei comparti caratterizzati da basso valore aggiunto e bassa produttività, dove è più frequente il ricorso a rapporti di lavoro frammentati. Tra i settori maggiormente esposti figurano:
- alloggio e ristorazione;
- servizi di pulizia e vigilanza;
- commercio al dettaglio;
- logistica e facchinaggio.
In questi ambiti il ricorso alla stagionalità, ai turni ridotti e ai contratti intermittenti rappresenta spesso una componente strutturale dell’organizzazione del lavoro.
Diversa la situazione nei comparti manifatturieri più avanzati, dove prevalgono contratti a tempo pieno e continuativi e dove l’incidenza dei salari inferiori a 20.000 euro risulta molto più contenuta.
Perché il salario minimo da solo non basta
Uno degli aspetti più interessanti dell’approfondimento riguarda il dibattito sul salario minimo.
Secondo la Fondazione Studi, intervenire esclusivamente sulla tariffa oraria rischia di non essere sufficiente per contrastare il lavoro povero. Se infatti un lavoratore continua a svolgere poche ore settimanali o lavora soltanto per alcuni mesi all’anno, il problema del reddito insufficiente può persistere anche in presenza di una paga oraria più elevata.
Per questo motivo gli esperti suggeriscono politiche orientate a favorire occupazione stabile, continuità lavorativa e trasformazione dei rapporti part-time involontari in contratti a tempo pieno, oltre a interventi che aumentino la produttività e il valore aggiunto dei settori più fragili.
La vera sfida è aumentare lavoro stabile e qualità dell’occupazione
La conclusione dello studio è chiara: il lavoro povero in Italia è prima di tutto un problema di quantità e continuità del lavoro disponibile. Chi lavora poche ore o soltanto per una parte dell’anno ha molte più probabilità di trovarsi sotto la soglia di reddito considerata adeguata.
Per contrastare il fenomeno non basta quindi intervenire sulle retribuzioni. Servono politiche capaci di favorire occupazione stabile, tempo pieno, investimenti nella qualità dei servizi e maggiore produttività delle imprese. Solo così, secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, sarà possibile ridurre in modo duraturo il numero dei working poor e rafforzare la qualità del lavoro nel nostro Paese.
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