Esonero contributivo parità di genere 2023: requisiti, meccanismo e domanda. La guida rapida

Un esonero contributivo ad hoc previsto per quei datori di lavoro che conseguono la certificazione parità di genere. Ecco come accedervi.


Cos’è e come funziona l’esonero contributivo parità di genere 2023? Come è ben noto, l’obiettivo della parità di genere tra uomo e donna è oggi particolarmente sentito in numerosissimi contesti sociali e, proprio per questo, non debbono stupire alcune particolari regole introdotte a favore di quei datori di lavoro ‘virtuosi’, i quali adottano misure atte proprio a raggiungere e conservare la parità di genere sul luogo di lavoro.

Ci riferiamo in particolare alla possibilità di accedere all‘esonero contributivo previsto per le aziende che conseguono la cosiddetta certificazione sulla parità di genere. L’INPS, con una la recente circolare 137/2022 fornisce le istruzioni e le modalità di domanda per conseguire il citato beneficio.

Non si tratta in verità di una vera e propria novità di quest’ultimo periodo, dato che l’esonero contributivo previsto per i datori di lavoro in possesso della certificazione della parità di genere è menzionato nella legge di Bilancio 2022 e non nell’ultima manovra. Facciamo allora il punto della situazione e capiamo il documento dell’Inps pubblicato alcuni giorni fa, non prima però di aver chiarito cos’è la certificazione parità di genere. I dettagli.

Certificazione parità di genere: di che si tratta?

Le aziende e i datori di lavoro che si uniformano a valori di uguaglianza uomo-donna potranno contare sulla certificazione parità di genere, vale a dire l’attestazione riconosciuta ai datori di lavoro che abbiano realizzato politiche e misure effettive, per diminuire il divario tra uomini e donne circa le possibilità di crescita professionale sul luogo di lavoro, la parità di retribuzione, la tutela della maternità, il welfare e non soltanto.

In particolare, il meccanismo di certificazione:

  • è stato previsto dal PNRR e regolato nel dettaglio dalla legge sulla parità salariale ad integrazione del Codice delle pari opportunità;
  • consente un monitoraggio completo dell’adeguamento agli standard europei di uguaglianza uomo-donna secondo le regole PNRR;
  • premia in più modi le aziende che si pongono l’obiettivo di assicurare e garantire gli stessi standard uomo-donna.

Vero è che l’iter di certificazione ha preso veramente piede nella seconda metà dell’anno appena terminato. Infatti il primo luglio 2022 è stato pubblicato il DPCM – Dipartimento per la famiglia e le pari opportunità 29 aprile 2022 che include i parametri di riferimento per conseguire la certificazione e il 22 dicembre dello scorso anno è stato inserito sul web lo strumento principale, vale a dire il Portale per la certificazione di genere – raggiungibile accedendo a questa pagina.

Come ottenere la certificazione parità di genere: ulteriori precisazioni

Detta piattaforma in particolare consente a cittadini e aziende di consultare l’elenco degli enti certificatori e la lista aggiornata delle aziende italiane, che hanno già ottenuto la certificazione parità di genere. Il conseguimento della certificazione parità di genere non è obbligatorio, ma come accennato permette di sfruttare vari incentivi e premi – e in particolare lo sgravio sui contributi che il datore versa a favore dei lavoratori, su cui ha dato importanti istruzioni l’Inps con il citato messaggio del 27 dicembre 2022.

Al fine di conseguire la certificazione parità di genere le aziende devono agire concretamente per attenuare le disuguaglianze uomo – donna tra lavoratori. Grazie al citato DPCM – Dipartimento per la famiglia e le pari opportunità 29 aprile scorso sono stati indicati dei parametri minimi per ottenere il rilascio della certificazione. In estrema sintesi, la valutazione mirata a conseguire la certificazione parità di genere si compie effettuando un’analisi di specifici KPI – Key Performance Indicator o indicatori chiave di prestazione – riguardanti le politiche di parità di genere adottate nelle organizzazioni che fanno richiesta. A ciascun indicatore è collegato un punteggio e se l’azienda interessata consegue almeno il 60% del punteggio massimo, potrà vedersi assegnata la certificazione parità di genere. Tra le aree di valutazione abbiamo ad esempio l’equità retributiva uomo-donna, la tutela della genitorialità e la conciliazione vita-lavoro oppure le opportunità di inclusione delle donne in azienda.

Ad emettere la certificazione parità di genere sono gli organismi di valutazione della conformità, accreditati per questa finalità sulla scorta del Regolamento (CE) n. 765/2008. Ci riferiamo a organismi competenti e imparziali, che oggi sono in tutto 15 e che possono essere consultati in questa pagina web. Ricordiamo anche che la certificazione per la parità di genere ha validità triennale ed è soggetta a monitoraggio annuale.

Esonero contributivo parità di genere 2023: cos’è e come funziona?

Ebbene, alla luce di ciò che abbiamo visto sopra in merito alla certificazione parità di genere, chiariamo ora che dopo alcune settimane dalla pubblicazione del decreto interministeriale che fissa le regole di applicazione delle agevolazioni contributive per le imprese che conseguono la certificazione di parità di genere, l’Inps ha pubblicato recentemente la circolare n. 137, che include le attese istruzioni operative su domanda e fruizione dello sgravio.

I datori di lavoro che abbiano conseguito questa certificazione, che attesta l’adozione di politiche e misure concrete per le pari opportunità e diritti uomo-donna, possono avvalersi così dell’esonero contributivo dell’1% sul totale dei contributi previdenziali dovuti dal datore (esclusi premi e contributi INAIL), nel limite massimo di 50mila euro all’anno. Lo sgravio vale per il periodo di validità della predetta certificazione, in riferimento al personale impiegato in azienda.

La misura di esonero è stata resa strutturale dalla legge di Bilancio 2022 e, come accennato, disciplinata da un decreto interministeriale ad hoc adottato lo scorso 20 ottobre 2022. Possono accedere allo sgravio contributivo tutti i datori di lavoro privati, anche non imprenditori. Sono escluse invece le PA.

Quali sono le condizioni per ottenere l’esonero

Oltre al rilascio della certificazione citata, l’accesso all’esonero contributivo è subordinato alla presenza delle seguenti condizioni:

  • possesso del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva);
  • assenza di provvedimenti di sospensione dei benefici contributivi adottati dall’Ispettorato nazionale del lavoro;
  • rispetto degli accordi e contratti collettivi.

Ricordiamo anche che nel caso in cui le risorse stanziate non siano sufficienti in rapporto al numero di domande ammissibili, il beneficio dell’esonero contributivo in oggetto sarà ridotto in proporzione. Mentre in ipotesi di revoca della certificazione, le aziende interessate sono obbligate a darne rapida comunicazione all’Inps e al Dipartimento per le pari opportunità.

Come fare domanda

Vediamo a questo punto quali passi compiere per ottenere questo sgravio contributivo. Ebbene, i datori di lavoro privati che abbiano conseguito la certificazione della parità di genere entro il 31 dicembre dello scorso anno e abbiano gli altri requisiti devono:

  • inviare in via telematica la domanda ad hoc all’INPS,
  • con il nuovo modulo di istanza on-line “PAR_GEN” nella sezione con il nome “Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo)” del sito www.inps.it.

Potranno adoperarsi in tal senso e fare domanda fino al 15 febbraio di quest’anno, per il tramite del rappresentante legale o un suo delegato. Peraltro nella richiesta all’Inps andranno incluse informazioni ad es. sui dati identificativi dell’azienda, la forza aziendale media stimata relativa al periodo di validità del certificato parità di genere, e la durata del periodo di validità del certificato in oggetto.

L’elaborazione delle domande da parte di Inps si compirà dopo il termine del periodo di trasmissione. L’entità effettiva dell’esonero che potrà essere fruito sarà reso noto in calce allo stesso modulo di istanza. Per ogni ulteriore informazione di dettaglio, rinviamo al testo della citata circolare Inps n. 137 del 27 dicembre scorso.

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