Riforma pensioni 2021 – 2022: tavolo Governo-sindacati post Quota 100

Il 27 luglio il tavolo di confronto tra Governo e parti sociali, per discutere su riforma pensioni e nuova flessibilità in uscita.


Riforma pensioni 2021 – 2022: nel quadro delle riforme strutturali che l’Italia dovrà mettere a punto nei prossimi mesi, occupa un posto di primissimo piano l’attesa riforma pensioni. Di fatto, si tratta di rinnovare tutto il settore previdenziale, sia perchè il nostro sistema si è finora dimostrato antiquato e dunque non adatto ai tempi odierni e alle esigenze di una società in perenne mutazione; sia perchè il meccanismo degli aiuti europei per riparare alle conseguenze della pandemia (Next Generation EU) prevede che ciascuno Stato membro, oltre a presentare un articolato Recovery Plan, soprattutto attui concretamente gli obiettivi di cui al Recovery Plan stesso.

In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – approvato recentemente dall’Unione Europea – include anche necessaria la riforma pensioni – che molti osservatori reputano inevitabile ed obbligatoria – anche per evitare di tornare all’applicazione delle discusse regole della riforma Fornero. Ciò avverrebbe a partire dal 2022, ossia dopo la fine di quota 100, che il Governo Draghi ha chiaramente deciso di abbandonare.

Il 27 luglio è una data chiave proprio in tema di riforma pensioni. Infatti, quel giorno sarà avviato il tavolo di confronto nel merito, tra Governo e parti sociali. Di certo non sorprende che si tratti di un appuntamento clou per il futuro del sistema previdenziale italiano.

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Riforma pensioni 2021 – 2022: dal 27 luglio al via il tavolo con le parti sociali per discutere i contenuti

Il clima certamente non è disteso, giacchè il tempo stringe e – come accennato – per non pochi il timore fondato è quello di tornare all’applicazione delle controverse regole dell‘ex Ministro Elsa Fornero, le quali molto spesso sono state al centro di un feroce dibattito negli ultimi anni, sia a livello politico che di opinione pubblica.

Soprattutto, sono i sindacati; il M5S e la Lega ad apparire in deciso pressing contro il ritorno alla Fornero. Il tavolo previsto per il 27 luglio promette però di portare avanti il dibattito sul “Dopo Quota 100″, in modo costruttivo. Non possiamo dunque non ricordare che una parte della maggioranza è in fermento e spinge per una nuova flessibilità in uscita e per Quota 41. Mentre negli ultimi tempi il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha mostrato un atteggiamento più prudente nell’esprimere posizioni.

Il faccia a faccia di fine luglio certamente rappresenterà una tappa cruciale verso il traguardo della riforma pensioni. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando dovrà però fare i conti con le turbolenze dei sindacati, i quali a gran voce chiedono “flessibilità in uscita dopo 62 anni di età”. E Orlando aggiunge ulteriori argomenti al programma dell’incontro, giacchè nell’ultimo periodo si è mostrato molto attivo nel voler individuare garanzie per il futuro ai giovani che si affacciano sul mercato del lavoro.

Il nocciolo della questione è molto semplice da comprendere: se nei prossimi mesi Governo; forze politiche e parti sociali non troveranno un compromesso, al fine di redigere un articolato testo di riforma pensioni – e in grado di convincere tutti – la certezza è che al primo gennaio 2022 nessuna riforma sarà realizzata. Ecco allora palesarsi il ritorno alla legge Fornero, sgradito ai più.

Riforma pensioni: come andare oltre quota 100? Una nuova flessibilità in uscita è il fattore chiave

Come accennato, il dibattito sulla riforma pensioni è destinato ad entrare nel vivo tra pochi giorni. Ormai certa la fine della sperimentazione di quota 100, occorre trovare nuove soluzioni per il sistema pensionistico del nostro paese, che va rinnovato  massicciamente.

Già ora circolano varie ipotesi di anticipo pensionistico: come detto, si parla insistentemente di quota 41 e dell’uscita a 63 anni, ma con assegno soltanto per la parte contributiva. Ed intanto si registrano alcune polemiche in merito alla recente scelta del Governo di individuare, tra i consulenti per la riforma pensioni, proprio l’ex ministra del Lavoro del governo Monti. Non stupiscono allora le reazioni negative di quella parte dell’Esecutivo riconducibile all’area leghista; proprio Matteo Salvini per anni si è contrapposto alla riforma pensioni voluta a suo tempo dalla Fornero. Questo fatto certamente non favorisce la ricerca di un clima di dibattito costruttivo e efficace, a pochi giorni dall’atteso confronto.

In ogni caso, è già forte il pressing su Palazzo Chigi e sul ministero dell’Economia per impedire un ritorno “integrale” alla riforma Fornero dal 2022. Sono contrari sindacati; Cinque Stelle; Lega, ma anche nel PD c’è chi ritiene consoni altri e nuovi meccanismi di flessibilità in uscita.

E vi è da dire che, al di là delle considerazioni di merito, relative all’opportunità di un meccanismo piuttosto che di un altro, c’è la questione costi a tener banco. Su di essa è vigile la Commissione europea, la quale in passato ha più volte ricordato all’Italia la necessità che la riforma pensioni sia sostenibile sul piano finanziario, in modo che il nostro paese possa migliorare i suoi conti pubblici, invece che peggiorarli ulteriormente.

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Gli argomenti clou del tavolo del 27 luglio: ecco quali sono

In attesa di una decisione sui nuovi anticipi pensionistici, l’unica certezza sembra essere il rafforzamento dei canali agevolati per i lavoratori che svolgono attività gravose e usuranti, a partire dall’estensione dell’Ape sociale. E se, fino a questo momento il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha rinviato la discussione sul post-quota 100, focalizzandosi anzitutto sulla riforma degli ammortizzatori sociali e sullo sblocco dei licenziamenti e la tutela dell’occupazione, ora il tempo stringe e non si può nuovamente rinviare.

I sindacati avranno ovviamente un ruolo di primo piano nel dibattito. La loro proposta prevede una riforma pensioni integrale entro il 2021: l’idea è quella della flessibilità in uscita dopo i 62 anni di età e di una pensione con 41 anni di contributi regolarmente versati, senza contare l’età, che sarebbe di fatto la quota 41.

In questo momento, il progetto più fattibile dal punto di vista dei costi è però quello su cui spinge l’Inps. Facoltà a  63 anni di età anagrafica, con almeno 20 di contributi, di avere accesso alla quota contributiva. E a 67 anni scatterebbe il ‘retributivo’. Ciò condurrebbe ad un risparmio sul piano dei conti pubblici, e incontrerebbe il favore dell’Europa. Mentre l’ipotesi dei sindacati sarebbe certamente più onerosa.

Concludendo, seguiremo con attenzione lo sviluppo del dibattito sulla riforma pensioni, che finalmente entra nel vivo.