La NASpI non è compatibile con la pensione. Fin qui nulla di nuovo. Ma da quando scatta davvero la decadenza? E soprattutto: cosa succede se il lavoratore continua a percepirla dopo aver maturato i requisiti pensionistici?
Su questi punti interviene una nuova e importante pronuncia della Corte di Cassazione, che chiarisce un aspetto molto delicato per migliaia di percettori di indennità di disoccupazione.
Con l’ordinanza n. 8479 del 4 aprile 2026, la Sezione lavoro ha stabilito un principio netto: la NASpI si perde automaticamente nel momento in cui si maturano i requisiti per la pensione, anche se la pensione non è ancora stata richiesta o non è ancora in pagamento.
NASpI e pensione: quando scatta la decadenza automatica
La NASpI si interrompe automaticamente quando il lavoratore raggiunge i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata, anche senza domanda e senza pagamento della pensione. Le somme percepite dopo tale momento sono considerate indebite e possono essere richieste indietro dall’INPS, con eventuale valutazione del giudice sull’affidamento e sulla situazione economica del beneficiario.
Il caso: NASpI percepita dopo i requisiti per la pensione
La vicenda nasce dal ricorso di un lavoratore che aveva continuato a percepire la NASpI anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione.
Il Tribunale di primo grado aveva riconosciuto:
- la decadenza dalla NASpI dalla data di maturazione dei requisiti pensionistici;
- l’esistenza di un indebito per le somme percepite successivamente.
La Corte d’Appello di Milano, però, aveva ribaltato la decisione, sostenendo che la decadenza dovesse scattare solo dal momento della decorrenza effettiva della pensione, cioè dopo la domanda e l’inizio del pagamento.
Una tesi che la Cassazione ha ora smentito in modo deciso.
Il principio della Cassazione: conta la maturazione dei requisiti, non la domanda
La Corte chiarisce che la norma di riferimento – l’art. 11, lett. d), del d.lgs. 22/2015 – è inequivocabile.
La decadenza dalla NASpI si verifica quando si realizza:
il “raggiungimento dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato”
Questo significa che:
- non serve presentare domanda di pensione;
- non conta quando inizia il pagamento della pensione;
- è sufficiente aver maturato i requisiti anagrafici e contributivi.
Secondo la Cassazione, collegare la decadenza alla domanda o alla decorrenza significherebbe rimettere una scelta rilevante alla volontà del lavoratore, cosa non prevista dalla legge.
Leggi anche: Guida completa e aggiornata alla NASpI 2026: requisiti, importi e calcolo
Perché la NASpI si perde subito
La motivazione della Corte è molto chiara e si fonda sulla natura stessa della NASpI.
Si tratta di una prestazione:
- a sostegno del reddito;
- legata allo stato di bisogno;
- incompatibile con il diritto alla pensione.
Nel momento in cui il lavoratore può andare in pensione, viene meno il presupposto della tutela contro la disoccupazione.
La Cassazione sottolinea infatti che:
- il sistema previdenziale non consente di scegliere tra NASpI e pensione;
- i diritti previdenziali sono indisponibili, cioè non possono essere gestiti liberamente dal beneficiario;
- l’obiettivo è evitare un uso distorto delle prestazioni.
Restituzione delle somme: quando scatta l’indebito
Altro punto centrale della sentenza riguarda le somme percepite dopo la maturazione dei requisiti.
La Corte stabilisce che:
- le somme NASpI incassate dopo quella data sono indebite;
- si applica la disciplina generale dell’indebito oggettivo (art. 2033 c.c.);
- quindi, l’INPS può chiederne la restituzione.
Non si tratta, quindi, di indebito previdenziale “attenuato” (come avviene per le pensioni), ma di una fattispecie più rigida.
La Cassazione precisa infatti che:
la NASpI non rientra nelle prestazioni pensionistiche e non beneficia delle regole speciali di irripetibilità
Attenzione però: conta anche l’affidamento del lavoratore
Non tutto è automatico sul piano pratico.
La Corte introduce un elemento molto importante: la tutela dell’affidamento incolpevole del lavoratore.
Il giudice dovrà valutare caso per caso:
- l’importo da restituire;
- le condizioni economiche del beneficiario;
- il comportamento dell’INPS;
- la possibilità che l’errore non sia imputabile al lavoratore.
In particolare, viene evidenziato che anche l’INPS deve verificare correttamente la posizione del contribuente, soprattutto quando emergono elementi (come una domanda di pensione) che avrebbero dovuto far scattare controlli più approfonditi.
Cosa cambia davvero per i lavoratori
Questa sentenza ha effetti concreti e immediati.
Chi percepisce la NASpI deve sapere che:
- la prestazione si interrompe automaticamente quando maturano i requisiti per la pensione;
- continuare a percepirla può portare a richieste di restituzione;
- non è possibile “scegliere” di restare in NASpI invece di andare in pensione.
Si tratta di un chiarimento importante, soprattutto per chi è vicino ai requisiti pensionistici e potrebbe trovarsi in una situazione di sovrapposizione tra le due prestazioni.
Il nodo pratico: controllare sempre la propria posizione
La vera lezione della sentenza è operativa.
In situazioni di questo tipo è fondamentale:
- verificare con precisione quando si maturano i requisiti pensionistici;
- controllare la propria posizione tramite il fascicolo previdenziale sul sito INPS;
- evitare di continuare a percepire prestazioni non dovute.
Perché, come dimostra questa decisione, il rischio non è solo la perdita del beneficio, ma anche la restituzione delle somme già incassate.
Conclusione
Con l’ordinanza n. 8479/2026, la Cassazione rafforza un orientamento già presente, ma lo rende ancora più chiaro: la NASpI finisce nel momento in cui si può andare in pensione, non quando si decide di andarci.
Una distinzione che può sembrare tecnica, ma che nella pratica può fare la differenza tra un sostegno legittimo e un debito da restituire.
E proprio per questo merita la massima attenzione.
