Lavoratori no vax: Confindustria lancia la proposta choc “no stipendio”

In tema di vaccini Covid, Confindustria teme nuove chiusure in caso di nuova ondata. Ecco allora l'idea di non versare lo stipendio ai no vax


Lavoratori no vax: negli ultimi mesi la campagna di vaccinazione anti-coronavirus sta registrando numeri di tutto rispetto in Italia. Grazie al nuovo commissario per l’emergenza Francesco Paolo Figliuolo, che circa quattro mesi fa prese il posto del discusso Domenico Arcuri, l’aria è cambiata. Infatti, finora è stato vaccinato con almeno una dose più del 60% della popolazione e quasi il 50% ha completato il ciclo vaccinale; non solo: la popolazione al di sopra dei sessant’anni che ha fatto almeno una dose sfiora il 90% e ogni giorno si somministrano mediamente più di 500mila dosi di vaccini covid. 

Proprio in riferimento a questo argomento, sta facendo assai discutere la recentissima proposta di Confindustria, lanciata per difendere e tutelare le esigenze di aziende e datori di lavoro e per salvaguardare la produzione. Ebbene, per la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi italiani, sarebbe opportuno non versare lo stipendio al lavoratore no-vax; ossia colui che teme maggiormente i rischi dell’inoculazione dei vaccini Covid, piuttosto che la condizione di ‘non vaccinazione’. Vediamo un po’  più nel dettaglio i contenuti di questa proposta e le reazioni scaturite.

Lavoratori no vax: la mossa di Confindustria ha sollevato un dibattito

E’ chiaro che quanto proposto da Confindustria ha creato subito polemiche e critiche da più parti, ma ben si coglie l’intenzione dell’organizzazione. Infatti, la posizione mette in luce la forte preoccupazione di Confindustria per una nuova ondata di contagi legati alle varianti del coronavirus. Detta ondata potrebbe causare nuove chiusure per molte attività produttive, con il rischio concreto del crollo del volume degli affari. Inoltre, la cassa integrazione sarebbe nuovamente dietro l’angolo.

Come accennato, per Confindustria, il lavoratore senza il Green Pass, perchè ha scelto in piena autonomia di non farsi somministrare uno dei vaccini Covid, non avrebbe diritto a ricevere la retribuzione. Ma a ben vedere, la proposta è inclusa nel grande rebus dell’obbligatorietà; o meno della copertura vaccinale sui luoghi di lavoro alla ripresa autunnale delle attività. Ciò rappresenta una questione concreta, in ragione della presenza sicura di un numero rilevante persone (i cd. no-vax) che non intendono fare i vaccini Covid. Proprio questa fascia di popolazione di non ridotte dimensioni alimenta il dibattito tra le parti sociali e all’interno delle fabbriche.

In verità, la discussione sull’obbligo di immunizzarsi coinvolge anche un altro settore chiave, ossia il mondo scolastico: infatti  il governo di Mario Draghi vuole prendere ancora 24 ore di tempo per valutare quali regole adottare per il personale per i prossimi mesi. E se è vero che al momento abbiamo presidi e sindacati favorevoli all’immunizzazione dei docenti; è altrettanto vero che – nel settore lavoro – Confindustria è entrata in campo con una proposta choc, che a detta dei sindacati presenterebbe elementi in contrasto con la privacy dei dipendenti.

Vaccini Covid: ecco come funziona la proposta choc di Confindustria

Nel dettaglio, la proposta di Confindustria è tanto netta quanto semplice da spiegare. Infatti, nella finalità di proteggere la tutela dei lavoratori e la salute pubblica  – ma in concreto anche l’operatività dell’azienda e dunque il profitto – l’idea di Confindustria è quella di richiedere la presentazione del Green pass ai dipendenti, per poter aver accesso all’ufficio e quindi alle proprie mansioni. In ipotesi di mancanza del Green Pass, ossia della prova effettiva di aver fatto uno dei vaccini Covid, i lavoratori no-vax potrebbero essere colpiti dalle seguenti conseguenze:

  • spostamento ad altra mansione;
  • sospensione con impossibilità di svolgere la prestazione lavorativa;
  • sospensione della retribuzione.

Si tratta in verità non di una semplice ‘provocazione’ di Confindustria, mirata a contrastare il non esiguo numero di persone che non intendono fare il vaccino. E’ infatti qualcosa di ben più concreto. Essa rappresenta una proposta normativa su cui Confindustria è al lavoro con governo e sindacati, nell’ambito del confronto per aggiornare il protocollo per la sicurezza.

E di certo non stupisce che i sindacati non siano d’accordo sulla bontà della proposta, nonostante il parere favorevole già espresso da diversi giuslavoristi. Sostanzialmente, secondo Confindustria, l’esibizione di un certificato verde valido farebbe parte degli obblighi di diligenza; correttezza e buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro. In altre parole, in mancanza del Green pass richiesto, il datore o l’azienda avrebbe diritto di  non ammettere il soggetto al lavoro, con sospensione della retribuzione in caso di allontanamento dell’azienda.

Per i sindacati è concreto il rischio di violazione della privacy dei dipendenti

Al di là delle considerazioni relative al brusco stop della prestazione lavorativa, con conseguente sospensione dello stipendio – fonte di reddito essenziale per molte famiglie – vi è un altro aspetto di cui tener conto. Infatti, i sindacati – come sopra accennato – hanno recentemente sottolineato che sussisterebbe una grave violazione della riservatezza. Quest’ultima sarebbe messa in atto dal datore di lavoro, il quale si informa sull’esecuzione di uno dei vaccini Covid che  – ricordiamo – al momento non è obbligatorio. Insomma, soltanto una legge apposita che imponga l’obbligo del vaccino come condizione per la prestazione lavorativa, permetterebbe di risolvere la questione privacy.

Soprattutto, secondo alcuni giuslavoristi – tra cui il noto Emmanuele Massagli – una norma di questo tenore avrebbe ragion d’essere soltanto se si può individuare il nesso tra la attività di lavoro e la possibilità di diffondere o contrarre il virus (pensiamo ad es. ai lavori a contatto con il pubblico). Altrimenti non sarebbe ammissibile anteporre la salute pubblica alla volontà del singolo.

La Costituzione italiana non imporrebbe una norma ad hoc sull’obbligo di vaccino Covid

Altri esperti di diritto del lavoro, come Pietro Ichino, fanno notare che una regola apposita non sarebbe necessaria, ed anzi la questione privacy non si dovrebbe neanche porre. Ciò in quanto al datore sarebbe comunque garantito di poter sospendere il lavoratore no vax – ossia non vaccinato senza giustificato motivo – per evitare di mettere a rischio gli altri dipendenti.

Ichino fa infatti notare che se in Costituzione è affermato che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge, è altrettanto vero che l’azienda è tenuta ad adottare le misure necessarie ad assicurare l’integrità fisica dei dipendenti. “La Costituzione all’articolo 32  garantisce la salute e la sicurezza a tutti. Libero dunque chi preferisce stare a casa propria senza vaccinarsi, ma non di mettere a rischio la salute dei compagni di lavoro“, chiarisce il noto giuslavorista.

Ricapitolando, è insomma ben chiara la forte preoccupazione di Confindustria circa la possibile nuova ondata di contagi. In caso di altre chiusure, a rischio sarebbe infatti la produzione e dunque i conti aziendali. E si paleserebbe innanzi una nuova cassa integrazione per molti lavoratori. Come accennato più sopra, quella sui vaccini Covid, è una proposta che dovrà essere ampiamente discussa dalla controparte governativa ed eventualmente recepita. Il dibattito è tuttora in corso, e non mancheremo di dare tutti gli opportuni aggiornamenti.