Lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera, relazione del ministro Sacconi

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Il ministro Sacconi, ha illustrato alla Camera dei Deputati, l'indagine conoscitiva riguardante “I fenomeni distorsivi del mercato del lavoro: lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera” del 2009.

Il ministro Sacconi, lo scorso 29 aprile, ha illustrato alla XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, l’indagine conoscitiva riguardante “I fenomeni distorsivi del mercato del lavoro: lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera” del 2009.

Nel 2009 l’ISTAT ha stimato in circa 2 milioni e 966 mila le unità di lavoro non regolare, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 326 mila rispetto alle 640 mila non dipendenti). Di queste quasi 3000 unità di lavoro irregolari occupate sul territorio nazionale, gli irregolari residenti (italiani e stranieri) rappresentano la componente più rilevante pari a 1.652mila unità mentre gli stranieri clandestini ne rappresentano solo una quota marginale stimata in circa 377mila unità (il 12.7%).

Nel Mezzogiorno vi è il doppio di lavoro irregolare rispetto al Nord, dove la quota di occupati irregolari sul totale dei lavoratori (dati Istat, 2007) supera il 18%; le regioni del Centro registrano un livello superiore al 10%; il Nord presenta, invece, un livello medio del 9%, con il Nord-Est che registra un 8,6%. Capofila è la Calabria che guida il gruppo delle regioni con i livelli di irregolarità più alti, con una diffusione del fenomeno che ha superato il 27%; di contro la Lombardia e il Veneto dove l’irregolarità si attesta di poco sopra l’8%.

Nel caso dei lavoratori più qualificati, l’irregolarità, mostra il suo volto sotto forma di sottodichiarazioni della attività prestata, fuoribusta, ma anche abusi oggetto di contrattazione tra datore e lavoratore.

All’opposto, per le componenti della forza lavoro impegnate in settori marginali, in regioni e aree economicamente più deboli, più esposte alla crisi e maggiormente condizionate da pressioni della criminalità organizzata, le irregolarità assumono forme che vanno dalle minori tutele, sino ai veri propri abusi sotto forma di doppie buste paga e di sottoinquadramenti a svantaggio del prestatore di lavoro.

Ovviamente i settori più esposti sono l’agricoltura e l’edilizia: la prima ha visto crescere il tasso di irregolarità dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009. Anche qui, il sud ha la sua bella bandiera nera con una media di lavoro nero del 25% e, con punte estreme in Campania (31,0%) e Calabria (29,4%). Manco a dirlo, il tasso più basso si registra in Trentino-Alto Adige (di poco superiore al 14%).

In tali contesti, (ma questo per noi non è una novità) l’accesso al mercato del lavoro è quasi completamente nelle mani dei “caporali” che governa tutta la filiera. Inoltre, nell’ambito agricolo al Sud la possibilità di ricorrere alle misure di protezione del reddito sotto forma di indennità di disoccupazione, ha finito per alimentare un sistema di doppia percezione di reddito che ha assunto una forma ancora più grave, con la diffusione di lavoratori fittizi che dichiarano all’INPS attività mai prestate, denunciate al solo fine di far percepire a falsi lavoratori i previsti benefici economici e previdenziali per la disoccupazione (anch’essa fittizia).

Molto problematica è la situazione del sommerso femminile che rappresenta il 47,4% dell’occupazione sommersa e irregolare totale; il settore più colpito è quello dei servizi (56,9%) e in particolare nei comparti dell’istruzione, sanità e servizi sociali (79,6%) e dei servizi domestici presso le famiglie (77,7%). L’area geografica con la quota più elevata di sommerso è il Nord, con una percentuale pari a 64,2%, contro il 31,5% per il Sud.

Secondo l’ISFOL le motivazioni che inducono le lavoratrici ad entrare nel mercato del lavoro in condizioni di irregolarità e a permanervi sono collegate, nella maggioranza dei casi (43%), alla assenza di altre opportunità di lavoro o alla necessità di integrare il reddito. Emerge, però, più in generale, uno stato di bisogno della donna di conciliare famiglia e lavoro e quindi di non impegnare tutta la giornata nelle attività lavorative, ma piuttosto di usufruire di forme di lavoro flessibile.

Bene. ora che anche in Parlamento sanno come stanno le cose è giunto il momento di concentrarsi sul mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature, cercare di incrementare le possibilità di avere un lavoro, eliminare lo sfruttamento, la precarietà e, anzichè eliminare i capisaldi del diritto del lavoro, potenziarli; maggiore attenzione anche alla legalità, partendo da un presupposto: che non si può guardare la pagliuzza nell’occhio altrui se non si guarda per primi la trave nel nostro occhio!

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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