Le condizioni di povertà tra le madri in Italia

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Studio di cittalia sulle condizioni di povertà delle mamme italiane: su circa 8 milioni di persone povere, le donne rappresentano oltre la metà.

Insieme alla pubblicazione dell’ 11 rapporto  Annuale dell’organizzazione “Save the Children” su “lo stato delle madri nel mondo”, è stato pubblicato anche il nuovo Rapporto che Cittalia ha realizzato per Save the Children su Le condizioni di povertà tra le madri in Italia. Questo rapporto, documenta e descrive la povertà fra le donne che vivono nel nostro paese.

In Italia si stimano 2,737 milioni di famiglie (pari a circa 8 milioni di italiani) in condizione di povertà relativa (l’11,3% dei nuclei familiari residenti): si tratta di famiglie la cui spesa media mensile  per 2 persone è inferiore a 999,67 euro.

In questo quadro già desolante di per se, le donne rappresentano oltre la metà degli individui relativamente poveri (4,2 milioni, il 52,1%). Sono per lo più di donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni (in età lavorativa), tra le quali l’incidenza della povertà è pari al 13,1%, e che si trovano a vivere una situazione di disagio economico.

Complessivamente in Italia, le mamme povere con almeno un figlio minorenne sono poco più di 1 milione, pari al 59,7% delle madri povere (1,678 milioni) e all’8,73% delle mamme italiane. L’86,3% vive in coppia, il 7,5% è sola, mentre il restante 6,2% in famiglie allargate.

Tra le madri che vivono in coppia e le madri monogenitori con figli minori, l’incidenza della povertà relativa è di poco superiore al 15% (15,4% e 15,7% rispettivamente). Tale valore cresce al 22% nel caso di madri che vivono in famiglie con membri aggregati.

Nel Sud del paese, la presenza di madri povere è particolarmente accentuata, indipendentemente dal numero di figli e dalla struttura familiare. Dai dati emerge infatti che:

  • l’incidenza della povertà delle madri monogenitori al nord è pari al 6,3% e all’11,5% al centro, a fronte del 27,6% nel Mezzogiorno;
  • l’incidenza della povertà delle madri in coppia passa dal 6% al nord, al 7,5% al centro per crescere fino al 26,8% nel Mezzogiorno
  • l’incidenza della povertà delle madri in famiglie con membri aggregati passa dall’11,2% delle regioni settentrionali, al 14% di quelle centrali al 35,2% di quelle meridionali.

Madri che vivono in coppia

Sono 865.000 le madri povere in coppia con almeno un figlio minorenne. L’incidenza della povertà di questa tipologia familiare è pari al 15,4% e cresce all’aumentare del numero di figli, passando dal 16,5% in presenza di 2 figli, di cui almeno uno minorenne (pari a 463.000) al 26,1% se i figli sono almeno 3, di cui almeno uno minore.

La nascita di un figlio determina importanti cambiamenti nella vita delle donne, anche da un punto di vista occupazionale: la necessità di ridurre l’orario di lavoro o addirittura di interrompere la propria attività lavorativa per dedicarsi alla cura dei figli, determina un calo delle entrate della famiglia e, in molti casi, l’impossibilità di far fronte agli impegni economici che la vita quotidiana e familiare richiedono.

Madri sole

Le madri sole con figli rappresentano una delle attuali principali traiettorie di impoverimento grave, che, anche a seguito dell’attuale crisi economica, è sempre più  esposta alla minaccia di povertà. Fasce sempre più ampie di popolazione precipitano sotto la soglia di povertà relativa, anche a seguito di una separazione o di un divorzio.

Tra le famiglie monogenitori (uomini e donne), l’incidenza della povertà relativa si attesta al 13,9%. Tale percentuale sale al 15,7% nel caso di madre sola con almeno un figlio minore di 18 anni, contro una media nazionale della povertà dell’11,3%. Si tratta di 75.000 unità, su un totale di 480.000 nuclei familiari composti da una madre sola con almeno un figlio minorenne.

Madri povere in famiglie con membri aggregati

L’incidenza della povertà tra le madri che vivono in famiglie con membri aggregati con almeno un figlio minore è pari al 22% (per un totale di 62.000 unità). Nel caso in cui sia presente una sola generazione di madri, tale percentuale sale addirittura al 24,3%. Complessivamente, le madri povere all’interno di questa tipologia familiare sono 177.000, con un’incidenza della povertà relativa pari al 18,9%.

Per quanto riguarda la dislocazione territoriale, ancora una volta osserviamo una Italia spaccata in due: l’incidenza delle madri povere nelle regioni meridionali è, rispettivamente, di quasi 4,5 e 3,5 volte superiore a quella registrata nelle regioni settentrionali e centrali. L’incidenza al sud è particolarmente grave, pari al 27% circa se queste vivono all’interno di una coppia (e pari a 928.000 su un totale di 3,468 milioni di unità) e del 27,6% se invece sono sole (134.000 mamme su 486.000).

Sono stati misurati anche tre “indicatori di deprivazione”, ossia le difficoltà economiche che incontrano le madri nella vita quotidiana:

  • disagio economico in senso ampio: difficoltà di arrivare a fine mese, impossibilità di sostenere una spesa non programmata o un indebitamento: nel corso del 2008: poco meno di un quinto delle madri ha avuto difficoltà ad arrivare alla fine del mese con le risorse economiche di cui dispone;
    un terzo delle mamme (3,630 milioni), non ha potuto far fronte, con risorse proprie, ad una spesa improvvisa di 750 euro;
    il 2,2% delle mamme (249.000) non ha potuto far fronte con regolarità alla restituzione dei debiti contratti.
  • sfera dell’abitazione: spesa per bollette, affitto, mutuo e riscaldamento: il 15,4% delle madri (1,742 milioni) non è stata in grado di pagare le bollette con regolarità;
    il 3,4% delle madri (383.000) è stata costretta a posticipare il pagamento dell’affitto e l’1,6% (179.000) la rata del mutuo;  l’11,4% delle mamme (1.287.000) non ha potuto riscaldare adeguatamente la casa durante i mesi invernali
  • aspetti della vita quotidiana della madre e della famiglia: spesa per generi alimentari, spese mediche, vestiti necessari, trasporti e spese scolastiche dei figli:
    il 6% delle mamme (682.000) non ha avuto i soldi per acquistare generi alimentari;
    il 10,8% delle madri (1.223.000) non ha potuto permettersi visite mediche, per sé o per i propri figli;
    il 20,5% delle madri (2.318.000) non ha potuto procedere all’acquisto di vestiti necessari;
    l’11% circa delle mamme (1.229.000) non ha avuto, almeno in un’occasione, soldi sufficienti per pagare le spese per i trasporti.

L’offerta dei servizi: il caso degli asili nido

La diffusione degli asili nido rappresenta una componente primaria nell’attuazione delle politiche di conciliazione casa-lavoro. Un maggior numero di asili nido (e di servizi per l’infanzia in generale) può contribuire a favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Le ultime rilevazioni condotte rilevano che nel nostro paese gli asili nido ed i servizi integrativi per l’infanzia sono ancora poco diffusi e che, esiste una forte differenziazione territoriale tra le diverse regioni italiane.

Sebbene il numero dei bambini fino a 3 anni che frequentano l’asilo nido sia aumentato nel decennio 1998-2008 dal 9,6% al 15,3% del totale dei bambini di questa età,  vi è ancora una percentuale elevata di domande di iscrizione presentate che non viene accolta ed uno scarto ancora più ampio con il numero complessivo dei potenziali beneficiari.

I dati degli asili nido aggiornati a dicembre 200812 mostrano come l’Italia sia ancora lontano dall’obiettivo fissato dall’Unione europea nel 2000 a Lisbona (e ribadito dal Consiglio Europeo nel 2002 a Barcellona) che prevede, entro il 2010, una copertura minima per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni.

I dati monitorati relativi ai posti disponibili nella rete degli asili nido evidenziano come solo tre regioni presentino valori superiori al 20%: Umbria (25,8%), Emilia Romagna (24,8%) e Toscana (20,1%). In generale, nelle regioni del centro nord i tassi di accoglienza sono compresi tra il 14,5% del Veneto e il 18,5% delle Marche (unica eccezione è il 3,5% della Provincia Autonoma di Bolzano).

Se, tuttavia, si considerano anche i servizi integrativi per l’infanzia in generale il quadro migliora sensibilmente: infatti, sulla base di una stima contenuta nel rapporto di monitoraggio, il dato di copertura nazionale sarebbe pari al 23%. Sulla base di tale stima molte regioni del centro nord si avvicinerebbero all’obiettivo del 33%, superandolo in alcuni casi.

Fonte: www.cittalia.com

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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