Pubblico impiego: impugnazioni sanzioni disciplinari, chiarimento del Ministero

Nel pubblico impiego, le sanzioni disciplinari possano essere impugnate sia mediante il tentativo facoltativo di conciliazione sia con le procedure arbitrali



Il Ministero del lavoro, con interpello nr. 11/2012, fornisce chiarimenti sull’impugnazione delle sanzioni disciplinari nel pubblico impiego. In particolare il NURSIND – Sindacato delle Professioni Infermieristiche, con l’istanza di interpello, chiede entro quale termine perentorio la sanzione disciplinare di un pubblico dipendente può essere impugnata davanti l’ufficio provinciale del lavoro stante l’inapplicabilità dell’art. 7 della L. n. 300/1970”.

La problematica va risolta alla luce delle modifiche apportate dall’art. 72, comma 1, D.Lgs. n. 150/2009 (c.d. Riforma Brunetta) agli artt. 55 e 56 del D.Lgs. n. 165/2001 (T.U. Pubblico impiego), riguardanti le procedure conciliative precontenziose nonchè le impugnazioni delle sanzioni disciplinari.

Come ricorderete, infatti, la riforma Brunetta ha modificato l’art. 55, introducendo nell’ambito della suddetta materia, i nuovi artt. dal 55 bis al 55 sexies e,  ha abrogato integralmente il successivo art. 56.

In merito alla procedura di conciliazione, la soluzione al quesito posto dal sindacato infermieristico va data in relazione a quanto previsto dall’art. 55, comma 3. Tale disposizione stabilisce che “la contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari. Resta salva la facoltà di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento”.

In merito al procedimento  di impugnazione delle sanzioni disciplinari, l’abrogazione dell’art. 56, T.U. citato ha comportato per i dipendenti pubblici il divieto di ricorrere al collegio di conciliazione, istituito presso la Direzione provinciale del lavoro, con le modalità previste dall’art. 7, commi 6 e 7, L. n. 300/1970.

Tuttavia, il collegato lavoro (L. n. 183/2010) ha introdotto alcune modifiche in merito alla disciplina della conciliazione ed arbitrato nelle controversie in materia di lavoro, abrogando gli artt. 65 e 66, D.Lgs. n. 165/2001; così facendo, le procedure di conciliazione ed arbitrato di cui agli artt. 410 e 412 c.p.c. risultano esperibili altresì da parte dei dipendenti del settore pubblico in relazione alle controversie di lavoro.

Il nuovo tentativo di conciliazione (facoltativo), precisa l’interpello, “avendo una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, già citato e di conseguenza la portata generale della disciplina ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti”.

Pertanto, proprio a seguito del Collegato lavoro,  anche le controversie aventi  ad oggetto l’impugnazione delle sanzioni disciplinari possono essere trattate dalle nuove commissioni di conciliazione che, per effetto del mutamento di procedura, potrebbero successivamente proseguire nella trattazione del contenzioso nella veste di collegio arbitrale.

Ne consegue che “le sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti possano essere impugnate sia attraverso l’esperimento del tentativo facoltativo  di conciliazione di cui agli artt. 410 e 411 c.p.c., nonché mediante le procedure arbitrali ex artt. 412 e 412 quater, ferma restando comunque l’esperibilità dell’azione giudiziaria negli ordinari termini prescrizionali”.



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Commenti

  • dott. Marco Pasetto

    Questa è stata trasmessa alla DPL di Venezia ed al Ministero del Lavoro il 19 aprile 2012:

    Formulo la presente quale membro del collegio designato dalla ricorrente ex art. 7, 6° et 7° co., l. 30 maggio 1970, nr. 300.

    In relazione alla comunicazione in oggetto emarginata, prendo atto dell’orientamento ministeriale secondo il quale la procedura di impugnazione della sanzioni disciplinari ex art. 7, Stat. Lav. è legittimamente esperibile da parte del dipendente pubblico.

    Ad una prima superficiale lettura dell’interpello formulato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Direzione Generale per l’Attività Ispettiva, nr. 10/12 del 10 aprile 2012, apparirebbe rilevare assunta posizione contraria da parte del dicastero.

    Infatti il relatore, riprendendo il noto parere del Dipartimento per la Funzione Pubblica nr. DFP 34439 P-1.2.3.3. del 22 luglio 2010, in un primo momento afferma che nell’ambito della normativa sul pubblico impiego di cui al d.lgs. 165/2001, nel testo novellato dal c.d. “decreto Brunetta”, l’abrogazione dell’art. 56( ) aveva comportato il divieto in capo al dipendente pubblico di ricorrere avanti il collegio arbitrale previsto dai comma 6 e 7 dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori.

    In realtà la tesi (come palesemente ammesso dalla prassi e dagli stessi uffici) non aveva fondamento alcuno, considerato che da un lato la norma abrogata rimandava alle procedure di conciliazione indicate dal successivo art. 66, e facendo riferimento all’art. 7 cit. solo per relationem nel conferire alla norma primaria, cioè all’art. 66, le “modalità” e gli “effetti” previsti dallo Statuto, e dall’altro perché le disposizioni dell’art. 7 sono norma di carattere generale autonomamente efficace in quanto la sua applicazione al pubblico impiego era (ed è) prevista espressamente dall’art. 51( ), non interessato quest’ultimo dalla riforma “Brunetta”.

    Ma a superare l’impasse è la stessa nota ministeriale.

    Infatti questa precisa che “Occorre, tuttavia [cioè “al contrario”, “però”, “in contrapposizione a”, …], sottolineare che la l. nr. 183/2010 ha introdotto alcune modifiche in merito alla disciplina della conciliazione ed arbitrato nelle controversie in materia di lavoro.” (cfr. Ministero Lav. e P.S., Dir. Gen. Att. Isp., 10 aprile 2012 nr. 10/12).

    Quindi, in buona sostanza, il “collegato lavoro” del 2010 avrebbe “… in virtù dell’abrogazione da parte dell’art. 31, comma 9, degli artt. 65 e 66, d.lgs. nr. 165/2001, le procedure di conciliazione ed arbitrato di cui agli artt. 410 e 412 c.p.c. risultano esperibili altresì da parte dei dipendenti del settore pubblico in relazione alle controversie di lavoro …” (Min.Lav., ibidem).

    Ma non solo.

    La nota poi prosegue con l’affermare che “Il nuovo tentativo di conciliazione (facoltativo) avendo una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, già citato e di conseguenza la portata generale della disciplina ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti.” (Min.Lav., ibidem).

    Ed infine si sofferma nello specificare che “… con particolare riferimento all’art. 412 c.p.c., nella parte in cui consente la risoluzione della lite in via arbitrale, che risulta compatibile con quanto disposto dall’art. 73, comma 1, d.lgs. nr. 150/2009, ai sensi del quale le sanzioni disciplinari non possono essere impugnate di fronte ai collegi arbitrali di disciplina. Quest’ultima preclusione, infatti, attiene esclusivamente a questi particolari organismi arbitrali istituiti presso ciascuna amministrazione.” (Min.Lav., ibidem).

    Quindi, dalla nota in esame – la quale, è bene notarlo, non entra minimamente nel merito dell’applicabilità o meno da parte del pubblico impiego allo stato dell’art. 7 Stat. Lav., se non solo facendo un riferimento “storico” d’epoca pre-legge 183/2010 – rilevano tre essenziali elementi:

    – il primo che l’abrogazione degli artt. 65 e 66 del d.lgs. 165/2001 non ha minimamente intaccato l’applicabilità norme aventi natura legale;

    – il secondo che la procedura di conciliazione ex artt. 410 e ssgg. c.p.c. è applicabile al pubblico impiego in quanto norma legale e non sussistendo alcuna preclusione espressa ad essa rinvenibile nel d.lgs. 165/2001;

    – ed infine che le condizioni riferibili alle disposizioni contenute nel novellato codice di procedura, in quanto di derivazione legale e non contrattuale, sono applicabili al pubblico impiego assumendo natura di disposizione legislativa di portata generale.

    Anche a voler considerare fondate le considerazioni contenute nella nota del Dipartimento per la Funzione Pubblica nr. DFP 34439 P-1.2.3.3. del 22 luglio 2010, esse in ogni caso si basavano sull’abrogazione dell’art. 56 del d.lgs. 165/2001 nella vigenza dell’art. 66, e devono ritenersi quindi – lo ripetiamo, ancorchè condivisibili, ma così non è – superate dalla norma sopravvenuta.

    Ora appare evidente che tale tesi viene necessariamente a cadere, considerato che la sua motivazione era basata sul rapporto, in negativo, tra gli articoli 56 e 66, rapporto ora non considerabile stante l’abrogazione di entrambi.

    Quindi, se è vero ciò che sostiene il Ministero, e cioè che una disciplina di fonte legale non subisce la preclusione di cui all’art. 55, comma 3, d.lgs. 165/2001, e che di conseguenza la portata generale di una norma di specie ne consente l’applicabilità alle ipotesi di impugnazione delle sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti, è del tutto ovvio che una fonte che è appunto 1 – di natura legale e 2 – di carattere assolutamente generale (cioè i due principi fondanti la tesi espressa dal Ministero) quale è quella contenuta nell’art. 7 dello Statuto del Lavoratori non può ritenersi disattendibile vuoi per le considerazioni espresse dal Dicastero stesso, vuoi per la precisa disposizione contenuta nel secondo comma dell’art. 51, d.lgs. 165/2001 cit. .

    Distinti saluti.
    Pasetto

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