Cassazione: illegittimo il licenziamento del lavoratore che rifiuta il part time

La Cassazione ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento imposto al lavoratore per il rifiuto di quest’ultimo di modificare l'orario di lavoro in part-time


Cassazione: illegittimo il licenziamento del lavoratore che rifiuta il part time

La cassazione, con sentenza nr. 14833 dello scorso 4 settembre 2012, ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento imposto al lavoratore per il rifiuto di quest’ultimo, di modificare l’orario di lavoro in part -time.

Il caso ha riguardato un lavoratore che proponeva giudizio per ottenere la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli dalla società per essersi rifiutato di modificare il proprio orario di lavoro.

Sia il tribunale di primo grado che la Corte di Appello, annullavano il licenziamento intimato  per mancanza di giusta causa o giustificato motivo ordinando alla detta società di reintegrare il lavoratore nel proprio posto di lavoro e condannandola al pagamento delle retribuzioni non corrisposte dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra sulla base della retribuzione globale di fatto pari ad euro 989,46 oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.

La società ricorreva in Cassazione. Secondo gli Ermellini, è pacifica la ricostruzione desunta dai documenti ritualmente acquisiti al processo, da cui emergeva che il licenziamento era stato adottato non già per ragioni inerenti all’attività produttiva – come sostenuto nell’appello dalla società – ma perché il lavoratore si era rifiutato di modificare l’orario di lavoro. Tuttavia, non è possibile motivare un licenziamento accampando la scarsa flessibilità del lavoratore nell’accettare nuovi orari di lavoro. Per questi motivi, il licenziamento è da considerarsi illegittimo con reintegra del lavoratore.



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Commenti

  • Daniele C.

    A dirla tutta…sicuramente l’azienda vertiva in difficoltà, ed è stata costretta a chiedere la diminuzione dell’orario. Non sono da escludere le polemiche e tensioni pesanti al riguardo fra le parti, che non conosciamo. In tale contesto, l’azienda con molta ingenuità e presa dal nervosismo, ha errato la motivazione del licenziamento rendendolo inefficace. Morale della favola…il lavoratore ha usato un appiglio per vedersi confermati i suoi diritti “formali”, anzichè provare a scendere a compromessi. L’azienda già in difficoltà, dovrà sborsare una cifra superiore ai 50.000,00 al lavoratore, più tutte le spese legali delle parti che sommate, facilmente arrivano a 20.000,00 (ipotizzando una vertenza lunga 5 anni…ad essere ottimisti), per un totale di 70.000,00…a fronte del nulla a livello produttivo. Non voglio dare ragione nè torto a nessuno, ma a volte, basterebbe saper comunicare bene anzichè cedere all’orgoglio o all’opportunismo, azienda o lavoratore che sia. Comprendo la difficoltà di sentirsi abbattere lo stipendio del 50% da una parte…ma comprendo anche, che se l’azienda era già in difficoltà nel 2007 (secondo ipotesi temporale), figuriamoci nel 2012! Una batosta del genere o farà chiudere i battenti, oppure farà drammaticamente ridurre la produttività, cancellando diversi posti di lavoro…e questa volta con totale ragione, purtroppo. No…assolutamente non mi sento di dare ragione a nessuna delle due parti, essendo estraneo ai fatti “emotivi” che le hanno indotte ad arrivare a questo punto…mi preme solo fare le dovute considerazioni…ovvero…che per salvaguardare l’esigenza di uno, si è messo a repentaglio un capitale ed una realtà produttiva comprese tutte le risorse umane impiegate, imprenditori o lavoratori che siano. Sempre nella presunzione dell’ipotesi, un’azienda ben strutturata, cioè con più di 15 dipendenti, non sarebbe caduta in un’ingenuità motivazionale in un licenziamento del genere…quindi…a voi le tristi conclusioni che conseguiranno, immediatamente esecutive.

  • Luigi

    Diciamo anche che la legge è sempre giusta e qualche volta sbaglia…

  • NINO

    MI SEMBRA GIUSTO: QUALCHE VOLTA LA LEGGE E GIUSTA

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