Contratto a tempo determinato 2023: possibili novità in arrivo

Possibili novità in arrivo per il contratto a tempo determinato 2023: ma i sindacati esprimono contrarietà. Vediamo perché.


L’Esecutivo insediatosi da qualche mese e dopo le elezioni politiche di settembre 2022 lo ha ribadito più volte: un obiettivo per il 2023 è aumentare le chance di inserimento lavorativo per tutti coloro che stanno cercando un’occupazione. Ecco perché, al di là delle modifiche alle regole del reddito di cittadinanza – destinato peraltro ad essere archiviato nel 2024 – con novità in tema di formazione e incentivi, le istituzioni hanno annunciato un decreto lavoro entro gennaio per dare più flessibilità e meno burocrazia alle aziende, come anche più sicurezza ai lavoratori.

Non solo. Vi è una specifica ipotesi allo studio del Governo, secondo cui i contratti a tempo determinato potrebbero avere presto meno vincoli e dunque, almeno in parte, cambiare. Lo schema di questi nuovi contratti sarebbe dunque fondato su una maggiore elasticità e flessibilità, allo scopo di incentivare le assunzioni da parte dei datori di lavoro e delle aziende. Ma qual è dunque il progetto in cantiere? A che cosa sta lavorando l’Esecutivo in tema di contratti di lavoro a tempo determinato? Scopriamolo insieme nel corso di questo articolo.

Contratti a tempo determinato 2023: novità in arrivo? Quali sono le regole attuali

Obiettivo del Governo è anche quello di alleggerire i contratti di lavoro a tempo determinato, sburocratizzandoli e limandoli sul piano delle condizioni. Questa è la linea per incentivare le assunzioni e dunque la nuova occupazione. In particolare, secondo le ultime indiscrezioni emerse, il ministero del Lavoro starebbe partecipando alla stesura di un decreto legge ad hoc, previsto all’esame del Consiglio dei ministri entro fine gennaio, che intende cambiare i criteri fissati nel cosiddetto “Dl Dignità” del primo Esecutivo Conte.

Considerando le regole al momento in vigore, e introdotte nel 2018, comprendiamo che la volontà del Governo dell’epoca fu quella di contrastare il fenomeno dei rapporti lavorativi precari, abbassando il numero massimo e la durata delle proroghe dei contratti a tempo determinato, da 5 in 36 mesi com’era previsto in precedenza dalle norme in materia, a 4 in 24 mesi. Proprio così: con il Decreto Dignità n. 87 del 2018 , il numero di proroghe o rinnovi possibili è calato da 5 a 4, in una durata massima totale di 24 mesi. Laddove il numero delle proroghe sia maggiore, il contratto in essere si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di decorrenza della quinta proroga.

In buona sostanza il Decreto Dignità ha ristretto la portata del contratto a tempo determinato onde spingere le aziende verso forme contrattuali più stabili nel tempo. Ecco perché è stata prevista la reintroduzione dell’obbligo di causale dopo i primi 12 mesi di durata del contratto di lavoro, l’aumento del contributo aggiuntivo gravante sui datori di lavoro di uno 0,50% per ciascun rinnovo, come anche più tempo al lavoratore che voglia impugnare il contratto in ipotesi di irregolarità (termine infatti esteso da 120 a 180 giorni).

Novità sull’obbligo di causale

Ebbene, per quanto riguarda l’obbligo di indicare la causale, ovvero la motivazione dell’assunzione, per il primo contratto con durata oltre i 12 mesi, la linea dell’attuale Governo è quella di eliminare detto vincolo fino a un periodo di almeno 24 mesi, estendendo di fatto la durata dell’accordo e al contempo favorendo il ricorso a questa tipologia di contratti di lavoro. Vero è comunque che il Governo Draghi era già intervenuto in argomento con il decreto Sostegni bis, fissando che oltre alle causali obbligatorie, se ne potevano immettere altre – individuate dalla contrattazione collettiva – in modo da estendere i contratti a termine.

Le novità del Decreto trasparenza sugli obblighi informativi

Ma nel decreto in cantiere presso il Ministero del Lavoro previsto anche un possibile intervento a livello di allentamento dei vincoli informativi di cui al Decreto Trasparenza, collegati all’indicazione da parte dell’azienda di quella serie di dati utili ai lavoratori in merito a diritti e doveri conseguenti alla firma del contratto di lavoro. Si tratta di un vero e proprio obbligo, al cui mancato rispetto segue una sanzione al datore di lavoro pari a ben 5mila euro.

Il ruolo e la posizione dei sindacati

In relazione alla nuova veste dei contratti a tempo determinato, l’Esecutivo starebbe valutando l’ipotesi di dare un ruolo di primo piano ai sindacati, proprio sul punto appena accennato. Questi ultimi, attraverso la contrattazione nazionale con le aziende, potranno decidere, o comunque indicare se fissare il limite dell’estensione dei contratti senza causale a 24 o a 36 mesi. Ovviamente su questo punto non potranno che seguire novità a breve, essendo giornate chiave per il futuro immediato delle regole dei contratti a tempo determinato.

Tuttavia dobbiamo evidenziare che la reazione dei sindacati alle ipotesi fatte dal Governo non è stata nel complesso positiva. Le associazioni che difendono interessi e diritti dei lavoratori non sembrano infatti propense ad aderire alla linea della maggior flessibilità in tema di contratti a tempo determinato. In ambito Cgil, ad esempio, è emersa la contrarietà ad un nuovo decreto lavoro che, in qualche modo, liberalizzi il contratto a tempo determinato (dopo anche aver reintrodotto i voucher).

I sindacati inoltre fanno notare che nel nostro paese circa l’80% dei contratti firmati è a tempo determinato, e non pochi sono anche part-time o di durata molto breve. Insomma non uno scenario dove insistere sulla precarietà appare la miglior soluzione, secondo la tesi delle associazioni citate, che anzi auspicano un incontro entro breve tempo con il Governo, per provare a superare le criticità emerse.

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