Obbligo di Green pass anche per colf e badanti? Il rischio licenziamento

In questo periodo si discute della possibilità di allargare il Green pass obbligatorio al lavoro domestico. Ma il lavoro nero è un ostacolo.


Ben sappiamo che da alcuni giorni il possesso del Green pass è essenziale per accedere a diversi servizi e per partecipare a svariati momenti di socialità. Ma è noto altresì il malumore tra i ristoratori; gli operatori del turismo; e anche nella collettività in generale, giacchè non pochi considerano il certificato verde come uno strumento, in qualche modo, ‘invasivo’ delle libertà personali dell’individuo.

Oggigiorno, l‘obbligo vaccinale è stato previsto per gli operatori sanitari al fine di proteggere i soggetti più fragili e gli anziani; ossia coloro che sono stati maggiormente nel mirino della pandemia di Covid. Chi lavora nelle strutture sanitarie e non ha inteso finora vaccinarsi, deve fare i conti con le conseguenze sanzionatorie, rappresentate dalla sospensione dal lavoro e dello stipendio. Con l’entrata in vigore del Green pass, il vaccino è ora un requisito obbligatorio anche per altre categorie di lavoratori. In particolare ci riferiamo ai professori e a tutto il personale scolastico (dai bidelli agli impiegati di segreteria). Analoghe considerazioni valgono per il mondo dell’università; docenti e studenti dovranno vaccinarsi ed avere il Green pass per entrare all’università a svolgere le attività tipiche del contesto (lezioni; corsi; esami ecc.).

In questo contesto, dove certamente i contrari alla vaccinazione e al Green pass obbligatorio non mancano – sono infatti ben note le continue proteste dei no-vax, in piazza come nei social – ecco che varie parti politiche stanno premendo per allargare l’obbligo del Green pass anche a colf e badanti, ossia coloro che svolgono il cd. lavoro domestico. Ciò non deve stupire: si tratta comunque di persone che restano a stretto contatto proprio con i soggetti più esposti ai danni gravi prodotti dal coronavirus.

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Green pass obbligatorio per il lavoro domestico: il contesto di riferimento

Ben si comprende l’ipotesi Green pass obbligatorio per colf e badanti, se ci focalizziamo sulle caratteristiche del lavoro domestico. Quest’ultimo trova fonte normativa essenziale nella legge n. 339 del 1958 “Per la tutela del rapporto di lavoro domestico”, ed ovviamente oggi nel CCNL del lavoro domestico. Dal punto di vista giuridico, sono lavoratori domestici coloro che svolgono un’attività lavorativa continuativa per le necessità della vita familiare del datore di lavoro come ad es. colf; camerieri; cuochi; assistenti familiari; baby sitter; governanti e così via.

La prestazione lavorativa dei domestici è in ogni caso da includere nell’ambito dei rapporti di lavoro della generalità dei lavoratori subordinati. Mentre l’accertamento della natura dipendente del rapporto di lavoro domestico presuppone la prova che sia stato stipulato, anche eventualmente per meri fatti concludenti, un contratto di lavoro subordinato. Il personale addetto al lavoro domestico può avere specifiche qualifiche; o svolgere generiche mansioni. Invece, il datore di lavoro può essere rappresentato da una singola persona; da un gruppo familiare o da comunità stabili. Il lavoro domestico, per sua natura, è esercitato in modo continuativo e non sporadico. In altre parole, vi deve essere un rapporto di lavoro con orari prefissati e ripetuti a scadenze fisse.

Alla luce di questi elementi fondamentali del lavoro domestico, sostenere l’idea di un Green pass obbligatorio anche per colf e badanti, appare a molti non peregrino o comunque ingiustificato.

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Green pass obbligatorio per colf e badanti: pericolo di licenziamento per giusta causa

Una proposta in questa direzione era stata già fatta dall’ex ministro dell’ambiente Sergio Costa – poi sostituito da Roberto Cingolani con il cambio di Governo. Costa sostenne tuttavia che, essendo un rapporto tra privati che si svolge entro le mura domestiche, un provvedimento normativo in tal senso sarebbe di complicata concretizzazione. Pur essendo mirato a proteggere gli anziani e le persone con patologie.

Ma in questo ultimo periodo è arrivata la utile precisazione da parte di Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, ossia l’associazione sindacale nazionale dei datori di lavoro domestico. Egli ha rilevato che le norme in materia – ed in particolare il CCNL di categoria – non vietano affatto il licenziamento per giusta causa, nei confronti di colui che svolge il lavoro domestico, ma senza intenzione di fare il vaccino e dunque ottenere il Green pass.

Quella del licenziamento di tipo disciplinare è una scelta di opportunità della famiglia, giacchè il rapporto tra colf o badante e datore di lavoro comporta la persistenza dell’elemento della fiducia. Pertanto, innanzi ad un fatto così grave da minare questa fiducia in modo irreparabile, la strada del licenziamento per giusta causa appare certamente percorribile.

E ciò si spiega in modo molto semplice: infatti, dire no al vaccino – e dunque al Green pass che ne consegue – potrebbe comportare un rischio per la salute dell’assistito e per il resto della famiglia. Valide ragioni insomma per decidere il licenziamento cd. in tronco (e senza preavviso). Ecco allora un ‘velato’ obbligo di vaccinarsi, per non rischiare di perdere il posto.

Tuttavia Andrea Zini ha rilevato che il problema dell’altissima diffusione del lavoro nero in ambito domestico potrebbe rendere quasi impossibile l’accesso al vaccino; e, di fatto, al Green pass obbligatorio. Al fine di poter ottenere una maggior tutela in ambito sanitario, sarebbe opportuno regolarizzare quanto prima colf e badanti.

In ogni caso, staremo a vedere se, come già per personale scolastico e sanitario, diverrà realtà il vaccino obbligatorio – e dunque il Green pass – anche per il personale domestico.