Cosa succederà al lavoro se l’intelligenza artificiale diventerà capace di svolgere una parte sempre più grande delle attività che oggi affidiamo alle persone? E chi finanzierà welfare e pensioni se a produrre ricchezza saranno sempre più software e robot e sempre meno lavoratori?
A riportare queste domande al centro del dibattito è ancora una volta Bill Gates, che torna a riflettere pubblicamente sul futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il fondatore di Microsoft ritiene che siamo entrati in una fase particolarmente delicata dello sviluppo dell’AI e considera quello occupazionale uno dei rischi sui quali è ormai necessario intervenire.
Questa volta Gates mette sul tavolo due idee molto forti: modificare il sistema fiscale per tassare AI e robot quando sostituiscono il lavoro umano e creare una categoria di professioni “Human Reserved”, da lasciare alle persone anche quando una macchina fosse tecnicamente capace di svolgerle.
Non si tratta, naturalmente, di nuove tasse già decise o di una riforma pronta a entrare in vigore. È il pensiero di Bill Gates su come governare l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Ma pone una domanda che prima o poi potrebbe riguardarci molto concretamente: cosa succederà a un sistema economico costruito intorno al lavoro umano se per produrre la stessa ricchezza serviranno sempre meno lavoratori?
Bill Gates torna a interrogarsi sul lavoro nell’era dell’AI
Gates non è nuovo a riflessioni piuttosto radicali sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale sul lavoro. Negli ultimi anni è tornato più volte sull’argomento, mostrando entusiasmo per le possibilità della tecnologia ma anche una crescente preoccupazione per la velocità con cui potrebbe trasformare l’occupazione.
Ne avevamo parlato anche in un precedente approfondimento della rubrica Il Futuro del Lavoro, dedicato alle professioni che secondo Bill Gates potrebbero resistere maggiormente all’intelligenza artificiale.
In quella riflessione emergeva anche uno scenario ancora più radicale: l’aumento della produttività garantito dall’AI potrebbe portarci, un giorno, persino a lavorare soltanto due o tre giorni alla settimana.
Il pensiero di allora e quello di oggi sembrano due parti dello stesso ragionamento. Se l’intelligenza artificiale riuscirà davvero a produrre di più utilizzando meno lavoro umano, non basterà chiedersi quali professioni sopravvivranno. Bisognerà capire come distribuire la ricchezza generata dall’automazione e quali attività vogliamo continuare ad affidare alle persone per scelta e non per necessità.
Per Gates il problema non è soltanto quanti lavori perderemo
Fino a pochi anni fa parlare di automazione significava pensare soprattutto a fabbriche, catene di montaggio e magazzini.
L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato lo scenario perché ora l’automazione riguarda direttamente anche il lavoro d’ufficio: contabilità, assistenza clienti, produzione di documenti, analisi, programmazione e numerose attività amministrative.
Gates individua un primo campanello d’allarme nella contrazione delle assunzioni per alcune posizioni di ingresso. Il segnale è ancora limitato, ma secondo lui potrebbe ampliarsi rapidamente, perché una parte del lavoro d’ufficio è già sostituibile a costi relativamente bassi attraverso sistemi di AI correttamente implementati.
Quando una tecnologia sostituisce una mansione, però, non scompare soltanto uno stipendio. Possono diminuire anche contributi e imposte collegati al lavoro, mentre una quota maggiore della ricchezza prodotta si sposta verso capitale, software e automazione.
Da qui nasce una domanda tutt’altro che teorica: se continuiamo a tassare soprattutto il lavoro umano, cosa accadrà quando per produrre la stessa ricchezza avremo bisogno di molte meno persone?
Perché Bill Gates vuole tassare AI e robot
Immaginiamo un’impresa che debba scegliere tra assumere un lavoratore e investire in una tecnologia capace di ottenere un risultato simile.
Nel primo caso entrano in gioco stipendio, imposte e contributi. Nel secondo, osserva Gates, l’acquisto di un robot può generalmente essere dedotto come costo aziendale.
Secondo il suo ragionamento si crea quindi un’asimmetria: il sistema fiscale può finire per incentivare la sostituzione delle persone con le macchine.
Questo non significa che l’automazione debba essere penalizzata. L’innovazione aumenta la produttività, rende le imprese più competitive e può eliminare attività ripetitive o pericolose.
Il problema posto da Gates è diverso: se una quota crescente della produttività arriverà dall’AI, ha ancora senso finanziare welfare e pensioni facendo gravare gran parte del sistema sul lavoro umano?
La proposta di tassare i token dell’intelligenza artificiale
Una delle ipotesi più particolari avanzate da Gates è tassare i token utilizzati dai sistemi di intelligenza artificiale.
Semplificando, i token sono le unità nelle quali i modelli elaborano le informazioni. L’idea sarebbe applicare un prelievo sul loro utilizzo e destinare parte delle entrate al sostegno delle persone che perdono il lavoro a causa dell’automazione.
Gates ipotizza di destinare circa metà del gettito a questo scopo, ma riconosce subito il problema: come distinguere i token utilizzati per sviluppare qualcosa di nuovo da quelli impiegati per sostituire direttamente un lavoratore?
Per questo prende in considerazione anche altre strade, come una maggiore tassazione degli utili societari o aliquote più alte nei settori maggiormente interessati dall’automazione.
L’idea, peraltro, non nasce oggi. Già nel 2017 Gates aveva proposto una forma di tassazione dei robot, immaginando di utilizzare le risorse raccolte per finanziare lavori nell’assistenza agli anziani e ai bambini.
L’altra proposta: lavori riservati agli esseri umani
Ancora più interessante è il concetto di “Human Reserved”.
Gates immagina professioni che una società potrebbe decidere di lasciare agli esseri umani anche quando l’AI fosse tecnicamente capace di sostituirli.
È un cambio di prospettiva importante. Finora abbiamo dato quasi per scontato che, se una macchina può fare qualcosa meglio e a minor costo, prima o poi finirà per farlo.
Ma deve necessariamente essere così?
Gates utilizza l’esempio della scuola. Un tutor AI potrebbe correggere esercizi e personalizzare l’apprendimento, ma dovrebbe comunque rimanere un insegnante in carne e ossa per motivare gli studenti e gestire le dinamiche del gruppo.
Lo stesso vale per la sanità: possiamo immaginare un assistente AI sempre disponibile, ma Gates ritiene importante mantenere la presenza di un professionista umano nei momenti più delicati, come la comunicazione di una diagnosi. Cita anche l’assistenza all’infanzia e alcune attività domestiche tra quelle nelle quali non ritiene opportuno affidarsi completamente ai robot.
Il principio è semplice ma molto potente: non conservare un lavoro perché la macchina non sa farlo, ma perché attribuiamo un valore al fatto che sia una persona a farlo.
Proteggere il lavoro o proteggere le persone?
Qui emerge però un problema enorme: chi decide quali professioni meritano questa protezione?
E soprattutto, saranno davvero i cittadini a preferire sempre un essere umano?
Gates stesso osserva che alcune persone preferiscono già utilizzare un robotaxi Waymo anziché essere accompagnate da un tassista.
Non saranno quindi soltanto le aziende a determinare la velocità dell’automazione. Lo faremo anche noi come consumatori.
Forse, allora, l’obiettivo non dovrebbe essere proteggere a ogni costo tutti i posti di lavoro esistenti, ma proteggere le persone durante la trasformazione.
Gates distingue infatti tra lavori da preservare stabilmente e protezioni temporanee per chi non può realisticamente riconvertirsi. Fa l’esempio di un camionista o di un operatore di macchine utensili vicino alla pensione, per il quale potrebbe essere prevista una tutela transitoria anche di circa dieci anni.
E se grazie all’AI lavorassimo meno?
Qui le nuove proposte si ricongiungono perfettamente alle precedenti riflessioni di Gates.
Se AI e robot riuscissero davvero a produrre molto di più utilizzando meno lavoro umano, potremmo smettere di domandarci soltanto come creare abbastanza lavoro per tutti e iniziare a chiederci come distribuire il lavoro che rimane e la ricchezza prodotta dalle macchine.
Gates ritiene difficile proteggere attraverso i lavori “Human Reserved” più del 30-40% dell’occupazione. Ma se si riuscisse ad arrivare intorno alla metà, secondo lui potrebbero diventare realistiche anche soluzioni come pensionamenti anticipati e settimane lavorative più corte.
Ed è un concetto coerente con la sua precedente previsione di una settimana lavorativa che, grazie alla produttività dell’AI, potrebbe un giorno ridursi drasticamente.
Forse, allora, il successo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere misurato soltanto da quanti lavori riuscirà a svolgere al nostro posto, ma anche da quanto tempo riuscirà a restituirci.
La vera domanda dietro il pensiero di Bill Gates
Le proposte di Gates presentano evidenti difficoltà. Una tassa sui token sarebbe complessa da applicare, tassare troppo i robot potrebbe frenare investimenti e stabilire per legge quali professioni debbano rimanere umane aprirebbe discussioni enormi.
C’è poi il problema della concorrenza internazionale: un Paese che imponesse forti limiti all’automazione potrebbe penalizzare le proprie imprese rispetto a quelle dei Paesi che non fanno altrettanto. Gates riconosce anche questo rischio.
Ma probabilmente il punto più importante delle sue riflessioni non è stabilire oggi se dovremo davvero tassare robot e token.
È la domanda che c’è dietro.
Abbiamo costruito gran parte del nostro sistema economico e sociale intorno al lavoro: le persone lavorano, ricevono un reddito, pagano imposte e contributi e attraverso quelle risorse finanziamo pensioni, sanità e welfare.
Se una quota crescente della ricchezza verrà prodotta da software e macchine con sempre meno intervento umano, dovremo prima o poi decidere come distribuire i benefici di quella produttività.
E forse dovremo decidere anche qualcosa di ancora più difficile: quali lavori vogliamo conservare perché abbiamo bisogno delle persone per svolgerli e quali vogliamo conservare semplicemente perché una società fatta di esseri umani potrebbe continuare ad avere bisogno di incontrare altri esseri umani.
In fondo, le diverse riflessioni di Bill Gates sull’AI sembrano convergere proprio qui: il futuro del lavoro non dipenderà soltanto da ciò che l’intelligenza artificiale sarà capace di fare.
Dipenderà anche da ciò che noi decideremo di non farle fare.
