La trasparenza salariale entra ufficialmente nel mondo del lavoro italiano. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Legislativo n. 96 del 7 maggio 2026, l’Italia recepisce la direttiva europea sulla parità retributiva tra uomini e donne e introduce una serie di nuove regole destinate a incidere sulle politiche salariali delle aziende, sulle assunzioni e, indirettamente, anche sulla lettura della busta paga.
L’obiettivo del provvedimento è contrastare il divario retributivo di genere attraverso maggiori obblighi informativi e strumenti che consentano ai lavoratori di conoscere meglio come vengono determinate le retribuzioni all’interno delle aziende. Le nuove disposizioni entreranno in vigore il 7 giugno 2026.
Parità salariale: cosa prevede il nuovo decreto
Il decreto attua la direttiva UE 2023/970 e rafforza il principio secondo cui uomini e donne devono ricevere la stessa retribuzione per lo stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
La norma si applica ai datori di lavoro pubblici e privati e riguarda i rapporti di lavoro subordinato, sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato, compresi i part-time e le posizioni dirigenziali. Restano esclusi il lavoro domestico e il lavoro intermittente.
Per la prima volta vengono introdotte regole dettagliate sulla trasparenza delle retribuzioni, sia nella fase di assunzione sia durante lo svolgimento del rapporto di lavoro.
Novità per chi cerca lavoro
Una delle innovazioni più importanti riguarda i candidati.
Negli annunci di lavoro e nei bandi dovranno essere indicate informazioni sulla retribuzione iniziale prevista oppure sulla relativa fascia retributiva associata alla posizione offerta. Le informazioni dovranno essere basate su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere.
Scompare inoltre una pratica molto diffusa nelle selezioni del personale: il datore di lavoro non potrà chiedere al candidato quale fosse la retribuzione percepita nei precedenti rapporti di lavoro, né acquisire tale informazione indirettamente tramite società di selezione o altri intermediari.
Più informazioni sulla retribuzione durante il rapporto di lavoro
Il decreto introduce nuovi diritti informativi anche per chi è già assunto.
I lavoratori potranno richiedere per iscritto informazioni sui livelli retributivi medi, distinti tra uomini e donne, relativi alle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Il datore di lavoro dovrà rispondere entro due mesi dalla richiesta. Questo diritto potrà essere esercitato una volta all’anno.
Le aziende saranno inoltre tenute a informare annualmente il personale dell’esistenza di questo diritto e delle modalità per esercitarlo.
Una novità destinata a far discutere riguarda il divieto di inserire clausole che impediscano ai lavoratori di parlare della propria retribuzione. Le clausole di riservatezza sugli stipendi non potranno più limitare il diritto del lavoratore a rendere nota la propria paga.
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Cosa cambia per le aziende
Il nuovo sistema punta a monitorare in modo più efficace il cosiddetto gender pay gap, cioè il divario retributivo tra uomini e donne.
Le aziende con almeno 100 dipendenti dovranno raccogliere e comunicare dati relativi alle differenze salariali, ai premi, alle componenti variabili della retribuzione e alla distribuzione di uomini e donne nelle diverse fasce retributive.
Le prime scadenze saranno differenziate in base alla dimensione aziendale:
- aziende con almeno 250 dipendenti: prima rilevazione entro il 7 giugno 2027 e successivamente ogni anno;
- aziende da 150 a 249 dipendenti: prima rilevazione entro il 7 giugno 2027 e successivamente ogni tre anni;
- aziende da 100 a 149 dipendenti: prima rilevazione entro il 7 giugno 2031 e successivamente ogni tre anni.
Quando scatterà l’obbligo di correggere le differenze salariali
Particolarmente rilevante è la procedura prevista quando emergono differenze retributive non giustificate.
Se dai dati raccolti risulta una differenza salariale media pari almeno al 5% tra lavoratori e lavoratrici appartenenti alla stessa categoria professionale e l’azienda non riesce a giustificarla con criteri oggettivi e neutrali, sarà necessario avviare una valutazione congiunta con i rappresentanti dei lavoratori.
L’obiettivo sarà individuare le cause delle differenze e adottare misure concrete per eliminarle.
Ci saranno effetti sulla busta paga?
Per la maggior parte dei lavoratori non ci saranno modifiche immediate agli importi presenti nel cedolino.
Le novità riguardano soprattutto la trasparenza dei criteri utilizzati per determinare stipendi, premi e progressioni economiche. Nel medio periodo, però, il nuovo sistema potrebbe favorire la correzione di eventuali disparità retributive non giustificate, con possibili riflessi anche sugli importi percepiti in busta paga.
Le aziende saranno infatti chiamate a dimostrare che le differenze retributive esistenti dipendono da fattori oggettivi, come competenze, responsabilità, esperienza professionale o condizioni di lavoro, e non da discriminazioni legate al genere.
Una svolta verso stipendi più trasparenti
Il Decreto Legislativo n. 96/2026 rappresenta uno degli interventi più significativi degli ultimi anni in materia di trasparenza salariale.
Le nuove regole non introducono aumenti automatici degli stipendi, ma rafforzano gli strumenti di controllo e tutela contro le discriminazioni retributive. Per lavoratori e lavoratrici significa avere più informazioni sui criteri che determinano la propria retribuzione e maggiori possibilità di verificare il rispetto del principio della parità di trattamento economico.
Si potranno vedere le buste paga dei colleghi?
No. Il nuovo decreto non consente ai lavoratori di conoscere la retribuzione individuale dei colleghi né di accedere alle loro buste paga.
In concreto però si introduce però il diritto di richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, distinti tra uomini e donne, relativi alle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
I dati dovranno essere forniti in forma aggregata e nel rispetto della privacy, con l’obiettivo di far emergere eventuali differenze retributive non giustificate senza rendere identificabili i singoli lavoratori.
