Pensare alla pensione quando si è appena nati può sembrare un paradosso. Eppure è proprio questa l’idea che sta prendendo forma in vista della prossima Legge di Bilancio: creare una posizione previdenziale per i bambini fin dai primi anni di vita, alimentata inizialmente dallo Stato e successivamente, su base volontaria, anche dalla famiglia.
Il progetto è tornato d’attualità dopo le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sul cosiddetto “inverno demografico”. Il calo delle nascite, secondo il ministro, richiede nuovi investimenti e dovrà trovare spazio nelle valutazioni per la prossima Manovra.
Tra le ipotesi sulle quali si sta ragionando c’è proprio quella di iniziare a costruire molto presto la previdenza complementare delle nuove generazioni. Non si tratterebbe quindi del classico bonus da spendere nell’immediato, ma di qualcosa di completamente diverso: un piccolo capitale intestato al bambino e destinato a crescere insieme a lui.
La proposta è ancora allo studio e questo va precisato: al momento non c’è una misura approvata, non ci sono domande da presentare e le caratteristiche definitive devono ancora essere stabilite.
Un fondo pensione che potrebbe cominciare dalla nascita
Il principio è semplice ma rappresenterebbe una novità importante nel modo in cui siamo abituati a pensare alla previdenza.
Oggi generalmente si comincia a parlare seriamente di pensione con l’ingresso nel mondo del lavoro. Con il sistema allo studio, invece, il primo mattone della pensione complementare verrebbe posato molti anni prima del primo contributo versato attraverso uno stipendio.
L’idea sarebbe quella di creare una posizione individuale intestata al bambino sulla quale far confluire inizialmente un contributo pubblico. A questo potrebbero aggiungersi nel tempo i versamenti volontari di genitori, nonni o altri familiari.
Raggiunta l’età adulta e iniziata l’attività lavorativa, sarebbe poi il diretto interessato a poter proseguire nella costruzione della propria pensione integrativa.
La vera forza del progetto, quindi, non starebbe necessariamente nella quantità di denaro versata inizialmente dallo Stato, ma nel tempo a disposizione per far crescere il capitale.
Perché il Governo guarda proprio ai bambini
La proposta va letta all’interno di un problema molto più grande: l’Italia fa sempre meno figli e contemporaneamente la popolazione invecchia.
Gli ultimi dati Istat rendono bene l’idea. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. E la tendenza non sembra essersi ancora invertita: nei primi quattro mesi del 2026 le nascite sono diminuite di un ulteriore 1,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il problema non riguarda soltanto la natalità. Meno giovani significa, in prospettiva, anche meno lavoratori chiamati a finanziare attraverso i contributi un sistema previdenziale nel quale il peso della popolazione anziana continuerà a essere molto rilevante.
È in questo scenario che acquista significato l’idea di costruire una seconda gamba previdenziale fin dalla giovane età.
Non sarebbe il classico bonus per i nuovi nati
È probabilmente questo uno degli aspetti più importanti da chiarire.
Se il progetto dovesse andare in porto, non dovremmo immaginarlo come un nuovo Bonus nascita o come una somma accreditata sul conto corrente dei genitori.
Il contributo dello Stato dovrebbe essere destinato a una posizione previdenziale individuale e quindi a un investimento di lunghissimo periodo.
Le modalità sono ancora tutte da definire. Tra le ipotesi circolate c’è quella di versamenti pubblici effettuati nei primi anni di vita, mentre resta da capire quale dovrebbe essere il ruolo dell’INPS e quale quello degli operatori della previdenza complementare.
Sono ancora aperte anche altre questioni: la misura sarà universale oppure collegata all’ISEE? Sarà automatica? I genitori dovranno scegliere un fondo? Sarà possibile decidere come investire il capitale?
Sono domande alle quali potrà rispondere soltanto un eventuale testo normativo.
L’INPS potrebbe avere un ruolo centrale
Il coinvolgimento dell’INPS è uno degli elementi sui quali si sta concentrando il dibattito.
Il presidente dell’Istituto Gabriele Fava ha insistito più volte sulla necessità di costruire una maggiore consapevolezza previdenziale tra le nuove generazioni. Ad agosto, intervenendo al Meeting di Rimini, ha sottolineato come la solidità di un sistema previdenziale non dipenda soltanto dalla capacità di pagare le pensioni attuali, ma anche dalla costruzione delle condizioni per garantire quelle future.
L’eventuale fondo dalla nascita andrebbe esattamente in questa direzione: avvicinare i cittadini alla previdenza molto prima dell’età nella quale normalmente iniziano a preoccuparsi della propria pensione.
Questo non significa necessariamente che sarebbe l’INPS a investire direttamente il denaro. Anche il modello di gestione, infatti, è uno dei nodi che dovranno essere sciolti.
In Germania il progetto è già molto più avanti
L’Italia non sarebbe il primo Paese europeo a percorrere questa strada.
Il caso più interessante arriva dalla Germania, dove il Governo federale ha approvato nell’agosto 2026 il disegno di legge sulla Frühstartrente, letteralmente una pensione con “partenza anticipata”.
Il meccanismo tedesco prevede che lo Stato versi un contributo mensile in un deposito previdenziale individuale intestato al bambino a partire dai sei anni e fino alla maggiore età.
I genitori possono scegliere un prodotto certificato presso un operatore privato e aggiungere volontariamente ulteriori somme. Se la famiglia non apre un proprio deposito, è prevista comunque una soluzione collettiva affinché il bambino non perda il beneficio.
L’obiettivo dichiarato dal Ministero delle Finanze tedesco non è soltanto previdenziale. La misura punta anche ad avvicinare le famiglie alla cultura del risparmio e dell’investimento di lungo periodo.
Ed è probabilmente questo l’aspetto del modello tedesco che interessa maggiormente anche all’Italia.
Il vero vantaggio è iniziare decenni prima
Per comprendere il ragionamento bisogna dimenticare per un momento l’importo del contributo iniziale.
Una persona che apre un fondo pensione a 40 anni ha davanti a sé magari 25 o 30 anni di accumulo. Un bambino potrebbe invece avere un orizzonte di investimento di oltre mezzo secolo.
È qui che entra in gioco l’interesse composto: i rendimenti eventualmente prodotti dall’investimento vengono reinvestiti e possono a loro volta produrre nuovi rendimenti.
Naturalmente non esiste alcuna garanzia che una determinata somma diventi automaticamente un capitale molto più elevato. Il risultato dipenderà dai rendimenti effettivi, dai costi del prodotto, dalla composizione degli investimenti, dalla fiscalità e dall’inflazione.
Il principio però rimane: quando l’orizzonte è lunghissimo, anche piccoli versamenti possono assumere nel tempo un peso molto diverso.
I genitori possono aprire un fondo pensione ai figli già oggi?
C’è poi una precisazione importante: l’idea di costruire una pensione complementare per un bambino non nasce con questa proposta.
Anche oggi è possibile, nel rispetto delle condizioni previste dalle singole forme pensionistiche, far aderire alla previdenza complementare soggetti fiscalmente a carico, compresi i minori.
La COVIP ha chiarito da tempo la possibilità di adesione dei minori fiscalmente a carico. Inoltre, i contributi versati nell’interesse dei familiari a carico possono beneficiare della deduzione fiscale prevista per la previdenza complementare, nel rispetto del limite complessivo previsto dalla normativa.
La differenza rispetto al progetto di cui si discute oggi sarebbe quindi sostanziale: lo Stato entrerebbe direttamente nel meccanismo, fornendo il primo impulso alla costruzione della posizione previdenziale del bambino.
Non sarebbe più soltanto una scelta finanziaria delle famiglie più attente alla previdenza, ma potrebbe diventare uno strumento molto più diffuso.
E il capitale sarebbe davvero bloccato fino alla pensione?
Anche questo è un punto ancora da definire.
Nel dibattito italiano è emersa la possibilità di attribuire alla posizione una funzione più ampia della semplice integrazione pensionistica, consentendo in determinate condizioni di utilizzare parte delle risorse accumulate per esigenze importanti nella vita del giovane.
Tra le finalità ipotizzate ci sono, ad esempio, l’università, la formazione professionale o l’avvio di un’attività lavorativa.
Su questo aspetto, però, bisognerà attendere il testo della proposta. Una disponibilità troppo ampia delle somme prima del pensionamento rischierebbe infatti di indebolire proprio la funzione previdenziale del fondo.
Quanto potrebbe mettere lo Stato
Solo a questo punto ha senso parlare delle cifre circolate.
Una delle simulazioni riportate in queste ore prevede un contributo pubblico periodico nei primi anni di vita del bambino. Secondo l’ipotesi più recente si ragionerebbe su 50 euro al mese per tre anni, che porterebbero la dotazione pubblica complessiva a 1.800 euro.
È però importante non considerare queste cifre definitive.
In passato era stata avanzata anche una proposta molto più limitata, con un contributo pubblico una tantum accompagnato da un versamento iniziale della famiglia. Quella soluzione non è poi entrata nella Legge di Bilancio.
La distanza tra le diverse ipotesi dimostra quanto il progetto sia ancora in fase di elaborazione.
Il problema sarà trovare le coperture
Estendere un contributo previdenziale pubblico a un’intera generazione comporta inevitabilmente un costo significativo.
Ed è qui che probabilmente si giocherà la partita decisiva.
Un conto è finanziare una piccola dote iniziale, un altro è prevedere versamenti periodici per diversi anni e per tutti i bambini. Inoltre, se il sistema fosse destinato a proseguire nel tempo, ogni anno entrerebbe una nuova generazione di beneficiari.
Il Governo dovrà quindi decidere quanto investire nel progetto, se limitarlo sulla base del reddito familiare oppure se costruire un meccanismo universale.
La scelta sarà politica prima ancora che previdenziale.
Una misura contro l’inverno demografico, ma non solo
Definire il fondo pensione dalla nascita semplicemente come una misura per aumentare le nascite sarebbe probabilmente riduttivo.
È difficile immaginare che una famiglia decida di avere un figlio perché lo Stato gli apre una posizione previdenziale.
Il progetto sembra avere piuttosto un’altra funzione: preparare le nuove generazioni a un futuro nel quale la sola pensione pubblica potrebbe non essere sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita dell’età lavorativa.
Da questo punto di vista l’idea è interessante perché cambia completamente la prospettiva. Invece di iniziare a preoccuparsi della pensione quando mancano pochi anni all’uscita dal lavoro, si prova a costruirla fin dall’inizio della vita.
Per sapere se questa impostazione diventerà davvero una misura concreta bisognerà però attendere i prossimi passaggi della Legge di Bilancio.
Per ora non c’è un nuovo bonus da richiedere e non esiste ancora un fondo pensione statale automatico per i neonati. C’è però un’idea che sembra aver guadagnato spazio nel dibattito sulla prossima Manovra: cominciare a costruire il futuro previdenziale dei giovani quando la pensione sembra ancora lontanissima.
