Cassazione: il mobbing non può essere considerato reato di natura penale

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La Cassazione, con sentenza nr 685/2011, afferma che il mobbing non può essere considerato reato penale proprio, mancando nel nostro ordimento una specifica norma penale.

La Cassazione, torna a pronunciarsi sull’annosa questione del mobbing con la sentenza nr. 685 del 13 gennaio 2011. Con tale pronuncia, gli Ermellini stabiliscono il principio per cui il mobbing non può essere perseguito penalmente come reato in se, stante la mancanza, nel nostro ordinamento giuridico di “una specifica figura incriminatrice per contrastare la pratica persecutoria definita come mobbing”.

Il caso ha riguardato  una operaia che, denunciava il suo capo reparto, accusandolo di “maltrattamenti in famiglia “ ex art 572 c.p., per averla, dall’estate 2005 a luglio 2007,  sottoposta a trattamenti umilianti, degradanti e vessatori, imponendoli ritmi di lavori non sostenibili e minacciandola di trasferirla in altro reparto se non avesse obbedido ai suoi ordini.

Il Gup, archiviava il procedimento, ritenendo le affermazioni della donna (affetta da disturbo psichico) non riscontrati dalla realtà e dalle ulteriori testimonianze di colleghi.

La Cassazione, precisa che  “le pratiche persecutorie realizzate a danno del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione, conosciute come mobbing, possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia solo nel caso in cui fra datore e dipendente vi sia un rapporto assimilabile a quello familiare.

Più precisamente si ha rapporto di natura parafamiliare quando vi sono “relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i detti soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole in quello che ricopre la posizione di supremazia”.

Diversamente, conclude la Corte, il mobbing può dar luogo a risarcimenti di natura civile, costituendo titolo per il risarcimento dei danni eventualmente patiti dal lavoratore per condotte persecutorie del datore di lavoro. In tale ultimo caso, il datore di lavoro risponderà per violazione contrattuale ex art  2087 c.c. “tutela delle condizioni di lavoro”.

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Sull'Autore

Avvocato non praticante ed ex formatrice, attualmente editor di Lavoro e Diritti e impiegata precaria nella PA

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