Causa di lavoro: niente spese legali per il lavoratore soccombente

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 77/2018 stabilisce che il lavoratore soccombente in una causa di lavoro non è più tenuto a pagare le spese legali. La decisione dei giudici stabilisce dunque l’incostituzionalità dell’art. 92 del C.p.c., recentemente riformulato.

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Non può più essere condannato a pagare le spese legali il lavoratore che perde una causa di lavoro. Dunque, in caso di decisione a sfavore del ricorrente (per esempio un lavoratore che impugna un licenziamento) l’esborso economico non può riguardare in nessun caso le spese legali.

La decisione è arrivata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 77/2018, al fine di salvaguardare quei lavoratori che per rivendicare i propri diritti sono costretti ad intentare cause di lavoro con il serio rischio di soccombere in giudizio e di dover pagare le spese della controparte, ossia il datore di lavoro, così come stabilito dal giudice.

Processo civile: il nuovo principio della Corte Costituzionale

Nell’affermare l’esenzione del lavoratore ricorrente a pagare le spese legali, nella causa di lavoro da lui promossa, in caso di giudizio a sfavore, la Corte Costituzionale afferma un nuovo principio secondo il quale:

“il lavoratore deve avere la possibilità di promuovere una causa senza poter conoscere elementi di fatto, rilevanti e decisivi, che sono nella disponibilità del solo datore di lavoro”

Il giudice dovrà, in particolare, verificare se vi sia o meno una situazione di assoluta incertezza su questioni di fatto, eventualmente riconducibili alle “gravi ed eccezionali ragioni” che consentono la compensazione delle spese di lite.

La pronuncia va in contrasto con l’art. 92 del C.p.c. il quale, nella sua ultima formulazione del 2014, impediva in via generale al magistrato di compensare tra le parti le spese di giudizio.

L’incostituzionalità dell’articolo menzionato fa sì che, in caso di soccombenza totale di una parte, il giudice civile può compensare le spese di giudizio, parzialmente o per intero, non solo nelle ipotesi di “assoluta novità della questione trattata” o di “mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti” ma anche quando sussistono “altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni”.

La riforma del 2014 è stata, dunque, giudicata del tutto lesiva del principio di ragionevolezza e di uguaglianza, in quanto lascia fuori altre analoghe fattispecie riconducibili alla stessa ratio giustificativa.

Cosa cambia nella causa di lavoro con la nuova pronuncia?

Sostanzialmente il lavoratore può far valere maggiormente i suoi diritti intentando un causa di lavoro, riducendo notevolmente i rischi in caso di giudizio sfavorevole.

Non a caso, con la riforma del 2014, si è potuto assistere a un drastica riduzione dei contenziosi in materia di lavoro. Al contrario di quanto si possa pensare, questa non è imputabile a una violazione minore dei diritti dei lavoratori, al contrario, ma di un esborso economico spesso importante senza alcuna certezza di portare a casa la vittoria.

Quando possono essere compensate le spese legali?

Si ricorda infine che la compensazione delle spese legali si ha in caso di:

  • soccombenza reciproca: cioè quando entrambe le parti perdono in tutto o solo in parte;
  • novità delle questioni dibattute: si verifica quando, ad esempio, il giudice è chiamato ad applicare una norma nuova, la cui interpretazione è quindi poco conosciuta al cittadino;
  • cambio di orientamento cagionato, dopo l’avvio della lite, da mutamenti della legge o da decisioni della Corte Costituzionale o della Corte di giustizia europea.
  • Pertanto, con questa nuova pronuncia si introduce una deroga per il lavoratore che perde la causa contro l’azienda
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