La trasparenza retributiva è entrata ufficialmente nel mondo del lavoro italiano e sta facendo discutere lavoratori, aziende e consulenti. Da quando sono entrate in vigore le nuove regole europee, una delle domande più frequenti riguarda la possibilità di conoscere gli stipendi dei colleghi e verificare se all’interno dell’azienda esistono differenze di trattamento economico.
Molti lavoratori pensano che la nuova normativa consenta finalmente di accedere alle buste paga degli altri dipendenti. In realtà le cose sono più complesse. Vediamo cosa cambia davvero partendo dalla domanda arrivata alla nostra rubrica.
La domanda del lettore
Marco da Bergamo ci scrive:
“Ho letto che con le nuove regole sulla trasparenza retributiva i lavoratori potranno avere più informazioni sugli stipendi. Vorrei sapere se posso chiedere al mio datore di lavoro quanto guadagnano i colleghi che fanno il mio stesso lavoro e, se sì, come devo fare.”
Grazie Marco per la domanda, che sicuramente interessa molti altri lettori.
Cosa cambia con la trasparenza retributiva
Dal 7 giugno 2026 è entrato in vigore il decreto legislativo che ha recepito in Italia la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva e sulla parità salariale tra uomini e donne.
L’obiettivo della riforma è rendere più chiari i criteri utilizzati per determinare stipendi e progressioni economiche, favorendo una maggiore equità nelle retribuzioni e contrastando eventuali discriminazioni.
Le novità riguardano sia la fase di assunzione sia il rapporto di lavoro già in corso. Ad esempio, il datore di lavoro deve indicare la retribuzione iniziale o la relativa fascia economica prima dell’assunzione e non può più chiedere al candidato quanto guadagnava nel precedente impiego.
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Si possono conoscere gli stipendi dei colleghi?
La risposta è no.
La nuova normativa non consente di conoscere lo stipendio individuale di un collega identificato per nome e cognome. Non è possibile ottenere la sua busta paga né conoscere le singole voci della sua retribuzione.
La privacy continua a essere tutelata e il datore di lavoro non può comunicare dati personali riferiti a uno specifico lavoratore.
In altre parole, la trasparenza retributiva non elimina la riservatezza delle retribuzioni individuali.
Quali informazioni si possono chiedere
La vera novità è un’altra.
I lavoratori hanno il diritto di richiedere informazioni sul proprio livello retributivo e sui livelli retributivi medi, distinti per sesso, relativi ai lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
Si tratta quindi di dati aggregati e anonimi, che consentono di comprendere come si colloca la propria retribuzione rispetto a quella mediamente riconosciuta per mansioni equivalenti.
Inoltre il lavoratore può conoscere i criteri utilizzati dall’azienda per determinare le retribuzioni e i livelli retributivi applicati.
Un esempio pratico
Immaginiamo due impiegati amministrativi che svolgono attività molto simili.
Con le nuove regole non sarà possibile chiedere: “Quanto guadagna il mio collega Mario?”.
Sarà invece possibile richiedere informazioni sul livello retributivo medio previsto per quella posizione e verificare se esistono differenze significative tra lavoratori che svolgono mansioni uguali o equivalenti.
Se emergono differenze rilevanti, il datore di lavoro deve poter dimostrare che sono giustificate da fattori oggettivi, come esperienza professionale, anzianità di servizio, responsabilità aggiuntive, qualifiche o competenze specifiche.
Vale anche per le aziende più piccole?
Sì, ma con alcune differenze.
La trasparenza retributiva non riguarda soltanto le grandi aziende. Le nuove regole si applicano anche alle imprese di minori dimensioni, ma alcuni obblighi sono stati alleggeriti per i datori di lavoro con meno di 50 dipendenti.
Ad esempio, le aziende sotto questa soglia non sono tenute a rendere disponibili i criteri di progressione economica e restano escluse da alcuni obblighi collegati alla rendicontazione dei divari retributivi e alle procedure di valutazione congiunta previste per le imprese più grandi.
Questo però non significa che siano escluse dalla trasparenza retributiva. Restano infatti applicabili gli obblighi relativi alla fase di assunzione, il principio della parità di retribuzione e il diritto dei lavoratori a ottenere le informazioni previste dalla normativa.
Come fare una richiesta
Chi desidera ottenere queste informazioni dovrebbe formulare una richiesta scritta, chiara e specifica.
Più che chiedere lo stipendio di una determinata persona, conviene domandare informazioni sui criteri utilizzati per determinare la retribuzione e sui livelli retributivi medi riferiti alle mansioni svolte.
In questo modo si ottengono dati realmente utili e conformi alle finalità della normativa.
La risposta di Lavoro e Diritti
La trasparenza retributiva non permette di conoscere quanto guadagna un singolo collega né di ottenere copia della sua busta paga. Le retribuzioni individuali restano infatti coperte dalla tutela della privacy.
Le nuove regole consentono però di ottenere informazioni molto più ampie rispetto al passato sui livelli retributivi medi applicati in azienda e sui criteri utilizzati per determinare stipendi e progressioni economiche.
Per chi sospetta di essere penalizzato rispetto ad altri lavoratori che svolgono mansioni equivalenti, si tratta di uno strumento importante. Non serve per alimentare curiosità sugli stipendi altrui, ma per verificare che le differenze retributive siano fondate su criteri oggettivi e non su trattamenti discriminatori o ingiustificati.
In definitiva, la trasparenza retributiva non apre le porte alle buste paga dei colleghi, ma offre ai lavoratori maggiori strumenti per comprendere come vengono determinati gli stipendi e per far valere il principio della parità di trattamento.
Hai una domanda sul lavoro o sui tuoi diritti? Scrivi alla redazione di Lavoro e Diritti. Le richieste più utili e interessanti saranno approfondite nella rubrica “La Posta di Lavoro e Diritti“, con risposte basate sulla normativa e sugli orientamenti più recenti.
