TFR in busta paga, ecco cosa ha in mente Renzi

Nella direzione nazionale del PD, il Presidente del Consiglio Renzi ha proposto di inserire dal prossimo anno il 50% del TFR in busta paga dei lavoratori

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Ieri il PD, primo partito di maggioranza, ha tenuto la propria direzione nazionale durante la quale il Presidente del Consiglio, nonchè segretario di partito, Renzi ha esposto e messo ai voti la propria Riforma del Lavoro o Jobs Act, ma ha anche esposto alcune idee di rilancio dell’economia, da inserire nella prossima legge di stabilità, tra le quali vi è una proposta di inserire il 50% del TFR in busta paga dal prossimo anno.

In particolare Renzi e il suo Governo sembrerebbero orientati a inserire il 50% del TFR in busta paga dei lavoratori a partire dal 1° gennaio 2015, al fine di aumentarne la liquidità e rilanciare i consumi, anche se non vi sono al momento i dettagli dell’operazione.

In rete ho trovato diversi articoli che parlano di questa che al momento è solo una indiscrezione e ho pensato di riportarvi un ottimo articolo de Il Post, testata online diretta da Luca Sofri, dal titolo – “TFR in busta paga”: cosa vuol dire? – nel quale si trovano molte informazioni utili per comprendere questa proposta.

Leggi anche: Guida pratica al trattamento di fine rapporto o TFR

Cosa vuole fare il governo

Secondo quanto dichiarato da Renzi e riportato dai principali giornali – ma non ci sono ancora notizie molto precise al riguardo – il governo vorrebbe trasferire subito nella busta paga dei lavoratori il 50 per cento del TFR, e lasciare l’altra metà alle imprese fino alla fine del rapporto. Per fare un esempio, basandoci su quel poco che si sa: uno stipendio annuale di 24.000 euro lordi (corrispondenti a circa 1.300 euro netti mensili) produce un accantonamento mensile di circa 140 euro. Ogni mese quindi i lavoratori dipendenti riceverebbero in busta paga circa 70 euro in più, per un totale di circa quasi 1000 euro l’anno in più. L’ipotesi sul TFR è contenuta nel documento relativo alla prossima legge di stabilità, che dovrebbe contenere una manovra di circa 15 miliardi con cui il governo dovrebbe mantenere gli impegni presi (taglio all’IRAP, riforma della scuola, riordino degli ammortizzatori sociali legato al Jobs Act). La riforma del TFR, secondo il governo, farebbe aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori e rilanciare i consumi.

Non è ancora chiaro se e come le imprese verrebbero “compensate”, dato che alcune rischierebbero di andare così incontro a una crisi di liquidità: il TFR di chi non ha scelto un fondo pensione dopo la riforma (e cioè la maggior parte dei lavoratori privati) resta infatti nell’azienda che lo usa a sua volta per finanziarsi. Non è inoltre chiaro come questo anticipo sarebbe tassato, dato che sul TFR si paga un’aliquota fiscale agevolata, né se la somma andrebbe divisa per le tredici buste paga annuali oppure versata in una volta sola.

Inoltre, scrive il Sole 24 Ore:
La misura per trasferire il 50% del TFR maturato annualmente in busta paga dovrebbe essere temporanea. Secondo l’ipotesi allo studio, durerebbe da uno fino a un massimo di tre anni. E inizialmente sarebbe adottata solo per i dipendenti privati. I lavoratori del settore pubblico sarebbero esclusi dall’intervento, almeno in prima battuta.

Cosa dicono le imprese

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha commentato dicendo che si tratta di una «manovra molto complessa»: nell’agosto del 2011 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva ipotizzato questa stessa riforma, scartandola proprio perché troppo complicata. Giorgio Merletti, presidente di Rete Imprese Italia, ha detto che si tratta di una misura «impensabile: «Per i lavoratori il TFR è salario differito, per le imprese debito a lunga scadenza. Non si possono chiamare le imprese a indebitarsi per sostenere i consumi dei propri dipendenti».

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