Le pensioni dei dipendenti pubblici tornano al centro del dibattito. A riaccendere la discussione è una nuova analisi dell’Osservatorio Previdenza CGIL, presentata l’8 maggio 2026 durante l’iniziativa della FP CGIL dal titolo “Pensioni pubbliche sotto attacco. Basta penalizzare il lavoro pubblico”. Lo studio mette insieme tre elementi che, secondo il sindacato, rischiano di produrre effetti molto pesanti per centinaia di migliaia di lavoratori pubblici: il taglio delle aliquote di rendimento, l’allungamento delle finestre mobili e il nuovo aumento dei requisiti pensionistici legati alla speranza di vita.
Secondo la CGIL, il risultato sarebbe un progressivo peggioramento delle condizioni di uscita dal lavoro soprattutto per chi ha carriere “miste”, cioè costruite tra sistema retributivo e contributivo. Il quadro delineato dallo studio parla di pensioni più basse, uscita più tardiva e permanenza al lavoro sempre più lunga, anche per chi ha iniziato a lavorare molto giovane.
Chi riguarda il taglio delle pensioni pubbliche
L’analisi riguarda in particolare gli iscritti alle gestioni CPDEL, CPS, CPI e CPUG, cioè gran parte dei dipendenti pubblici degli enti locali, della sanità, della scuola e di alcune categorie della giustizia. Secondo le stime riportate nello studio, la platea coinvolta potrebbe arrivare a oltre 700 mila lavoratori e pensionati nel periodo compreso tra il 2024 e il 2043.
La CGIL sottolinea come gli effetti più rilevanti si concentrino sui lavoratori con anzianità maturate in parte nel vecchio sistema retributivo e in parte nel contributivo. In pratica, proprio quelle generazioni che già negli ultimi anni hanno visto ridursi progressivamente il peso della pensione pubblica.
Secondo il sindacato, la revisione delle aliquote di rendimento introdotta dalla Legge di Bilancio 2024 avrebbe modificato il calcolo della quota retributiva della pensione per molte categorie del pubblico impiego, producendo una riduzione permanente dell’assegno.
Secondo l’Osservatorio Previdenza CGIL, il combinato tra taglio delle aliquote di rendimento, finestre mobili più lunghe e aumento dei requisiti legati alla speranza di vita rischia di penalizzare circa 700 mila lavoratori pubblici. Le conseguenze sarebbero pensioni più basse e permanenza al lavoro fino a quasi 49 anni complessivi.
Tagli fino a migliaia di euro l’anno
Lo studio contiene diverse simulazioni economiche. La CGIL parla di riduzioni annue che, nei casi più penalizzati, potrebbero superare anche i 10 mila euro lordi l’anno.
Per fare alcuni esempi riportati nell’analisi:
- con una retribuzione annua di 30 mila euro, il taglio stimato può arrivare fino a oltre 6 mila euro l’anno;
- con stipendi da 50 mila euro, la perdita può superare i 10 mila euro annui;
- per redditi più elevati, la riduzione stimata supera anche i 14 mila euro lordi all’anno.
La CGIL evidenzia soprattutto l’effetto cumulato nel tempo: una pensione ridotta per decenni può tradursi, secondo le simulazioni del sindacato, in perdite complessive che arrivano anche oltre i 200 mila euro nell’arco dell’intera vita pensionistica.
Naturalmente si tratta di elaborazioni sindacali costruite su ipotesi teoriche e casi tipo. Proprio per questo, chi vuole approfondire i dettagli tecnici, le tabelle e i criteri utilizzati può consultare direttamente lo studio integrale della CGIL.
Finestre mobili più lunghe e pensione più lontana
L’altro nodo evidenziato riguarda l’aumento delle finestre mobili per le pensioni anticipate nel pubblico impiego. Dal 2025, infatti, i tempi di attesa tra maturazione del requisito e decorrenza della pensione diventano progressivamente più lunghi.
Secondo la CGIL, questa misura si somma agli aumenti automatici legati alla speranza di vita. La Legge di Bilancio 2026 ha infatti soltanto limitato temporaneamente l’incremento previsto per il 2027, ma dal 2028 il meccanismo tornerebbe pienamente operativo.
In pratica, negli anni futuri potrebbero aumentare sia l’età pensionabile sia i requisiti contributivi necessari per andare in pensione anticipata.
In pensione con quasi 50 anni di lavoro: i casi simulati dalla CGIL
La parte forse più impressionante dello studio è quella dedicata ai casi concreti simulati dall’Osservatorio Previdenza CGIL.
In uno degli esempi riportati, un lavoratore nato nel 1968 e assunto nel 1987 potrebbe arrivare, secondo le simulazioni, a maturare quasi 49 anni complessivi di lavoro se decidesse di attendere la pensione di vecchiaia per evitare le penalizzazioni economiche sull’assegno.
Situazioni simili vengono ipotizzate anche per lavoratori nati nel 1970 e nel 1972, con permanenze al lavoro superiori ai 47 o 48 anni complessivi.
Secondo la CGIL, il problema sarebbe ancora più delicato in comparti come la sanità, dove turni, stress e carichi di lavoro rendono più difficile prolungare ulteriormente la permanenza in servizio.
Un tema destinato a far discutere
L’analisi della CGIL riapre quindi il confronto sul futuro delle pensioni pubbliche e sull’equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e tutela dei lavoratori.
Da una parte il Governo continua a difendere la necessità di contenere la spesa previdenziale e adeguare il sistema all’invecchiamento della popolazione. Dall’altra, sindacati e lavoratori denunciano il rischio di un progressivo impoverimento delle future pensioni e di un allungamento continuo della vita lavorativa.
Per chi lavora nel pubblico impiego, il tema pensioni resta quindi uno dei dossier più delicati dei prossimi anni. E proprio per questo la pubblicazione dello studio CGIL rischia di alimentare ulteriormente il dibattito politico e sindacale nelle prossime settimane.
Fonte: Analisi dell’Osservatorio Previdenza CGIL
