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Pensione pignorata dall’INPS: la Consulta mette fine ai dubbi sul limite del quinto

Antonio Maroscia16 Gennaio 20264 Mins Read
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La Corte costituzionale chiarisce quando l’INPS può pignorare la pensione: limite del quinto e trattamento minimo garantito.

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Pignoramento pensioni INPS: la Corte costituzionale conferma il limite del quinto, con immagine del Palazzo della Consulta, logo INPS e pensionato con banconote in euro.
Indice:
  • Perché il caso è arrivato davanti alla Consulta
  • Che cos’è e come funziona il “quinto” della pensione
  • Il ruolo del dolo e la posizione del pensionato
  • Il minimo vitale e il riferimento alla Costituzione
  • Nessuna violazione dell’articolo 38
  • Una decisione che fa chiarezza

Con un comunicato diffuso lo scorso 30 dicembre 2025, la Corte costituzionale è intervenuta su una questione che incide direttamente sulla vita quotidiana di molti pensionati: l’INPS può pignorare una parte della pensione per recuperare somme non dovute o contributi non versati, senza violare la Costituzione.

La risposta è contenuta nella sentenza n. 216/2025, con cui la Corte ha giudicato infondate le contestazioni sollevate dal Tribunale di Ravenna contro l’articolo 69 della legge n. 153 del 1969, la norma che disciplina il recupero degli indebiti previdenziali da parte dell’INPS .

In sostanza, per la Consulta il pignoramento è legittimo, purché avvenga entro il limite di un quinto della pensione e resti sempre garantito il trattamento minimo.

Perché il caso è arrivato davanti alla Consulta

Il giudice di Ravenna aveva messo a confronto questa disciplina speciale con la regola generale del codice di procedura civile, che tutela una parte più ampia della pensione, fissando una soglia di impignorabilità attorno ai mille euro. Da qui il sospetto di una disparità di trattamento a danno dei pensionati quando il creditore è l’INPS.

La Corte costituzionale ha però respinto questa lettura, chiarendo che la norma ha una sua logica precisa, legata alla funzione del sistema previdenziale. Nella sentenza si legge infatti che il recupero degli indebiti previdenziali e delle omissioni contributive

«serve, infatti, a ripristinare risorse di cui è stato privato il sistema pensionistico e che sono necessarie al suo stesso sostentamento».

È questo passaggio che, più di altri, spiega perché l’INPS non possa essere equiparato a un creditore qualsiasi.

Che cos’è e come funziona il “quinto” della pensione

Quando si parla di “quinto”, si fa riferimento a una trattenuta massima pari al 20 per cento della pensione. Non si tratta però di un prelievo senza limiti. La legge impone che una parte della pensione resti sempre intoccabile, e questa parte coincide con il trattamento minimo.

La stessa Corte sottolinea che l’articolo 69 della legge del 1969

«fa comunque salvo l’importo corrispondente al trattamento minimo».

Solo la quota che eccede questa soglia può essere oggetto di trattenuta, e comunque entro il limite del quinto. È un meccanismo pensato per consentire il recupero del credito senza azzerare le risorse necessarie alla vita quotidiana del pensionato.

Il ruolo del dolo e la posizione del pensionato

Un altro aspetto centrale riguarda la tutela del pensionato debitore. La Consulta ricorda che la restituzione delle somme indebitamente percepite non è automatica, ma presuppone la presenza del dolo, cioè la consapevolezza di ricevere importi non dovuti.

Da qui una valutazione molto netta contenuta nella sentenza, secondo cui il regime previsto dall’articolo 69

«è intriso anche di una funzione deterrente».

Allo stesso tempo, questa impostazione rafforza la distinzione tra chi ha agito in mala fede e chi, invece, si è trovato a percepire somme non dovute senza averne piena coscienza.

Il minimo vitale e il riferimento alla Costituzione

La Corte affronta poi un tema spesso al centro del dibattito pubblico: il cosiddetto minimo vitale. Secondo i giudici, la soglia dei mille euro prevista per altri tipi di pignoramento non rappresenta un parametro costituzionalmente obbligato. Anzi, la sentenza chiarisce che quella previsione

«non serve a garantire il minimo vitale».

Il riferimento al trattamento minimo pensionistico, invece, non è ritenuto irragionevole, anche perché è un importo che varia nel tempo e tiene conto dell’andamento del costo della vita.

Nessuna violazione dell’articolo 38

Alla luce di questo quadro, la Consulta esclude la violazione dell’articolo 38 della Costituzione italiana. Il bilanciamento scelto dal legislatore viene letto come coerente con l’interesse generale alla stabilità del sistema previdenziale, un interesse che, come sottolinea la Corte,

«rinviene il proprio fondamento giustappunto nel richiamato principio costituzionale».

Una decisione che fa chiarezza

La sentenza non introduce nuove regole, ma rafforza un orientamento ormai chiaro. L’INPS può recuperare i propri crediti trattenendo fino a un quinto della pensione, senza applicare la soglia dei mille euro prevista per gli altri creditori, ma deve sempre garantire il trattamento minimo.

È una scelta destinata a far discutere, ma che chiude il cerchio su un punto essenziale: la tutela del pensionato e la sostenibilità del sistema previdenziale devono convivere, e il confine tra le due è stato tracciato, nero su bianco, dalla Corte costituzionale.

Fonte: Corte Costituzionale

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